Verde e azzurro


Stamattina sono uscita, con calma, per andare a passeggiare a City Life. Ho camminato con calma, respirando attraverso la mascherina ma sentendo l’aria fresca sulla fronte e sui capelli.
Sembra così lontana la vita di prima, quando era normale uscire, vedere gli amici, incrociare persone senza timore, entrare in un negozio.
Ma oggi la normalità è questa: stare a distanza, tenere la mascherina. Imparare a mettere attenzione e a non aver paura; non abbassare la guardia, ma provare gradualmente a trovare nuovi equilibri.
Oggi guardavo le persone intorno a me, quasi tutte rispettose delle norme, e mi sono sentita bene, lì fuori in mezzo a loro. Sono anche riuscita a respirare dentro la mascherina senza appannare gli occhiali, e soddisfatta di questa conquista ho realizzato quanto mi fosse mancato muovermi in mezzo al verde sotto un cielo azzurro. Oggi, il verde e l’azzurro mi hanno resa felice.
Oggi, ritornare a guardare in alto le cime dei grattacieli mi ha restituito un pezzetto di vita.
E ho pure incontrato un amico, per la prima volta dopo due mesi (che poi, sembrano pure di più). Abbiamo camminato, a distanza, ma finalmente senza un display di mezzo. Un altro pezzetto di vita che ritorna.
Oggi, sono tornata un po’ anch’io.

60

Succede. Mi sembra che la prima volta sia stato in occasione del secondo rinnovo della patente. Ero ancora giovane, eppure potevo pensare: “vent’anni fa…” e andare a un’epoca in cui ero già grande, maggiorenne, e potevo girare per la città guidando un’auto. Me la ricordo bene la sensazione, la prima volta che mi sono seduta sulla mia bella 126 amaranto e ho guidato da sola: mi sentivo adulta, autonoma.
Quindi -in quel secondo rinnovo di patente- pensando “vent’anni fa”, non avevo in mente una bimbetta delle elementari ma una ragazza adulta, autonoma, che guidava la sua auto per le vie della città. Da lì, quei primi “ vent’anni fa” suonavano già come tanta vita vissuta.
Da allora, da quel secondo rinnovo di patente, ne sono passati altri due, di rinnovi. Altri vent’anni si sono aggiunti. Tanta vita.
Oggi penso che domenica prossima compirò 60 anni, e il numero fa un certo effetto. È dall’anno scorso che mi preparo a questo significativo cambio di decade, e anche di prospettive.
E oggi penso a quanta vita ho vissuto. Tanta. Piena, ricca di esperienze. Esperienze che, a guardarci dentro, sono incontri con le tantissime persone che hanno significato qualcosa e che tutt’ora significano, con le persone che hanno lasciato anche solo una piccola traccia del loro passaggio e che la memoria è ancora in grado di richiamare. Sono emozioni vissute, riflessioni fatte, conoscenze apprese e conquistate. E sono parole, le tante parole lette e scritte.
Tanta vita. Tanta: una parola che già di suo è parola complessa. È aggettivo, pronome e avverbio (ho controllato, non è che proprio mi ricordavo così bene la questione).
È parola piccola che risuona quasi infinita.
Tanta vita. Tanta.
E mentre questa piccola parola saltella nella mia mente, scorrono ricordi, volti, momenti, sensazioni, emozioni. Tanta vita, di cui sono grata.
Non faccio bilanci, sto nell’emozione profonda della ricchezza, piena di colori e sfumature. Vedo il percorso, le curve e le deviazioni che l’hanno formato fin qui; vedo i fili d’Arianna che mi hanno guidata nei labirinti; vedo le casualità, le sliding doors; sento il significato di quelle curve e di quelle deviazioni, e anche dei rettilinei quotidiani; sento il significato, costruito a posteriori, delle casualità.
Tanta vita. La mente va al finale di 8 1/2 di Fellini: quelle immagini riescono a raccontare ciò che le parole -da sole- faticano a rendere.
Io mi sento così. Tutte le persone, i ricordi, scorrono in cerchio tenendosi per mano.
Io sono quel cerchio ricco di vita.

Grazie Fellini.

Sguardi urbani

Amo la città.
Cammino veloce e guardo: è uno di quei momenti in cui ogni cosa è illuminata.
A ogni passo sento la giornata alleggerirsi, e i tasselli che l’hanno formata vanno a comporsi in un insieme armonico, equilibrato.
Cammino e respiro l’aria fresca. Mi fermo per qualche scatto con l’IPhone, ma tanti altri scatti
rimangono nello sguardo: nutrono l’animo di bellezza e aprono spiragli di gioia; muovono zampillii di commozione e gratitudine per la vita che -generosa- continua a darsi.
Guardo una natura che sboccia, vive, muore, ricomincia un nuovo ciclo. Penso alle vite umane, alle culture, che fanno altrettanto.
Guardo i palazzi, testimonianze dell’opera di uomini. Segni del loro passaggio nella vita, segni di un tempo.
Cammino e guardo sconosciuti che incrociano per un attimo le loro vite, e proseguono.
Penso a quante storie si incrociano senza conoscersi, penso al passato e al futuro di ognuna.
Penso alle gioie e ai dolori, alle vite che fioriscono e a quelle spezzate, interrotte, ricucite, rappezzate. Vite. Sotto cieli che non si curano di noi ma che a volte ci curano.
Siamo piccole formiche che corrono, facilmente spezzabili, e siamo arbusti flessibili che si rialzano dopo la tempesta, in un mondo che non smette di far paura e di meravigliare.
Oggi leggerezze e fardelli convivono e colorano di infinite sfumature i miei sguardi urbani.
Amo la città.

Quando la realtà si fa dura…

“Non ho avuto una bella vita”: inizia così il racconto della sua storia. 
“Non mi aspettavo che potesse andare così”; “non vedevo l’ora di andare in pensione per cominciare a…”; “a cosa è servito lavorare e sacrificarsi tanto?”…
Molto spesso ascolto parole come queste, raccolgo lo sconcerto, il dolore o la rabbia per la vita che ha tradito le aspettative, che ha portato fardelli anziché doni. 
E mi colpisce lo sconcerto: come se nella vita la normalità fosse morire molto anziani, dopo aver goduto al massimo la vita, e come se ogni scarto da quella normalità fosse un affronto personale ingiustamente patito, immeritatamente arrivato.
La normalità è invece ricca di sfumature e di possibilità, felici o tristi che siano, in un mix bilanciato o fortemente sbilanciato in un senso o nell’altro.
Vedo percorsi sfortunati tutti i giorni, e come nella savana il leone atterra una gazzella mentre le altre scappano, così la vita atterra uno di noi mentre gli altri continuano la loro vita. Fino al leone successivo. 
Portiamo avanti le nostre vite cercando di scampare i pericoli e sperando che vada tutto bene.
Però abbiamo bisogno di una visione della vita che inglobi anche ciò che non vorremmo accadesse mai. Non dico che dobbiamo pensare sempre al peggio, ma neanche credere che andrà sempre e solo bene. Non è un invito ad essere pessimisti, abbiamo soltanto bisogno di non arrivare impreparati quando qualcosa va storto, abbiamo bisogno di non stupirci ma di tirar fuori tutte le risorse possibili per affrontare le difficoltà. Tante, troppe energie vanno a finire in sconcerto, lasciando le persone impigliate nelle reti di visioni del mondo irrealistiche.
È difficile tenere l’equilibrio tra paure e speranze, tra sentieri liberi e ostacoli che sbarrano il passaggio: quando voli non vorresti mai pensare alle cadute, e quando cadi vorresti solo poter riprendere a volare. Tutti vorremmo essere felici il più possibile, ma non va sempre così.
Combattiamo per essere felici, e a volte accade, altre volte no.
E quando non accade, allora arrendersi a ciò che c’è così com’è -e non come vorremmo che fosse- resta la strada più costruttiva, e spesso conduce verso aperture imprevedibili. 
È faticoso stare nella realtà, però aiuta.

Scende la sera

Passeggiare, guardare, farsi prendere dalla vita che scorre davanti agli occhi. Seguire i guizzi delle luci; respirare la quiete e il movimento, gli spazi di solitudine, le vite che si incrociano.
Osservare le geometrie e le persone.
La musica nelle orecchie, la Canon in mano, e tutto torna al suo posto.
Sono grata alla vita che ora c’è.

Inizia un viaggio

Fra poco traslocheremo. La mia vacanza, quest’anno, sarà un viaggio tra scatoloni, sulle onde di passato e presente, impegnata a trovare il giusto peso delle cose, per discernere ciò che potrò lasciarmi alle spalle e ciò che vorrò portare con me.
Oggi ho iniziato con due ripiani di libreria, zeppi di cartelline che raccoglievano una quindicina d’anni di corsi di formazione. Le avevo già alleggerite tempo fa, ma oggi ho fatto un lavoro radicale. Mi sono seduta, le ho prese una per una, aperte, scorso tutte le carte contenute: materiali, fogli di appunti… mi sono passate sotto gli occhi centinaia di giornate d’aula, ore di studio, libri letti e trasformati in slides, volti incontrati, luoghi, emozioni, mezzi di trasporto che mi hanno fatta viaggiare per l’Italia. E lì in mezzo la mia vita personale, tanta vita che mi scorreva davanti foglio dopo foglio.
E, foglio dopo foglio, ho stracciato e buttato via.
Non mi serve più tutta quella carta, testimone di vita e di lavoro. Ciò che mi serve è in me: nozioni apprese, riflessioni maturate, ricordi. Viaggiano leggeri su connessioni sinaptiche e si accomodano nelle loro dimore cerebrali.
Mi sento bene via via che si liberano i ripiani: la vita è dentro. Viaggio un po’ più leggera.