La trappola del colore prevalente

… E poi ci sono le storie che ci raccontiamo.
“E’ un brutto periodo”, “Sono giorni difficili”, “Sono felice”…
Facciamo dello stato d’animo prevalente il tutto; ma in quel tutto che ci sembra omogeneo, ci sono molte sfumature di cui dovremmo tener conto.
La nostra vita emotiva non è mai statica, si muove tra colori accesi e tonalità sfumate, variabili, intrecciate tra loro nel dar vita a tavolozze uniche.
Anche nelle giornate pesanti ci possono essere sprazzi di leggerezza, attimi di luce brillante, o di grigi che non sono neri. Certo, il nero pesa di più, e si imprime nella giornata, la colora del suo tono. Ma noi facciamo la nostra parte nel rimarcare il peso e non anche le note più leggere.
Non si tratta di vedere il bicchiere mezzo pieno, ma di portare con sé il tutto; non negare  -certo-  la fatica o il dolore, ma accompagnarli al resto che c’è, anche se piccolo e sfumato. Accogliere la completezza che attraversiamo tutti i giorni, e raccontarci quella completezza, non solo il nero o il bianco prevalenti.
Ogni volta che io mi racconto che è un brutto periodo, quel brutto si incide nel mio cervello, e scurisce le lenti attraverso le quali guardo la vita scorrere. Non solo la mia, la vita in generale.
Quando sono sofferente mi sintonizzo e vedo maggiormente tutte le sofferenze intorno a me. E questo sguardo rafforza il mio dolore, diventando un circolo vizioso.
Allora, a meno che non stiamo vivendo una vera e propria depressione, è importante mettere energie nel cercare di tenere aperto lo sguardo su tutto quel c’è. Lucidamente, amorevolmente.
Guardare tutte le sfumature che compongono il nostro bicchiere, giorno per giorno. Perché oggi non è ieri, e domani sarà altro ancora. Il prevalente prevale, ma non deve distrarci dal tutto.
Quando allargo lo sguardo e comincio a raccontarmi quel che c’è, sto meglio, mantengo un equilibrio migliore che si fa circolo virtuoso e cambia lo sguardo sulla mia vita. Allora mi racconto che sono  –contemporaneamente- un po’ triste, un po’ stanca, un po’ felice, un po’ leggera, un po’ pesante, un po’ grata. Tutto sta,  e compone la forma cangiante della mia vita.

Anziani in città

La street photography non è il mio genere. Mi piace, ma mi imbarazza praticarla.
Amo , però, guardare le persone, cogliere frammenti di vita nel flusso che mi scorre incontro.
Ultimamente guardo molto gli anziani: comincio ad avere una certa età, mi sento loro affine. Mi fanno tenerezza, molto più dei bambini: loro raccolgono già tanti sguardi sorridenti e benevoli, il che non accade con gli anziani.
A me invece gli anziani piacciono, così ho iniziato a fotografarli, seppur con molte cautele.
Avevo iniziato un personale progetto fotografico: “Anziani in città”, e oggi l’ho ripreso.
Sono uscita nell’aria fredda (che per me è sempre fonte di benessere), musica nelle orecchie e Canon al collo. Ho camminato guardando la vita scorrere, sentendomi ad ogni passo sempre più in quel flusso ricco e struggente, fatto di vite alla ricerca della felicità che si dibattono nel faticoso quotidiano.
E se la vecchiaia fa paura, meglio conoscerla e farsela amica.