Archivi giornalieri: 23 settembre 2012

Arrendersi alla vita (II parte)

Succede che la vita ci porti in luoghi interiori che non avremmo mai voluto incontrare, men che meno abitare.

Invece, regolarmente, ci arriviamo. Le nostre paure si avverano. Resistiamo con forza. Fino al crack.

Da lì inizia la salvezza. Quando sei a terra e non hai più scappatoie, quando hai esaurito le energie di fuga e ti arrendi, lì la crisi dà i suoi frutti.

Vedi gli errori, le responsabilità, quel che hai fatto nel bene e nel male: la chiarezza della verità, del non contarsela. E questo fa stare meglio. Dà solidità su cui stare.

La verità è salute psicologica, e in fondo è benessere, anche quando sei ancora nelle difficoltà.

Ancora una volta provo sulla mia pelle quanto la serenità e il benessere stiano nel coraggio di dirsi la verità, di affrontare quel che c’è da affrontare, mentre la fuga, il rimandare, il contarsela, alimentano i fantasmi interiori.

Fuggiamo dalle realtà sgradevoli per cercare di star bene e troviamo ansia, paura, instabilità. Ci arrendiamo alla verità e al malessere e troviamo pienezza di vita e stabilità interiore.

Arrendersi alla vita

Arrendersi è complicato.

Bisogna mollare là dove cerchiamo di rimanere aggrappati e tener duro là dove vorremmo mollare.

E’ importante cercare di far qualcosa delle crisi che viviamo, dei momenti difficili. Non devono passare invano, senza lasciare insegnamenti, trasformazioni. In questo senso bisogna trovare le energie per non scoraggiarsi, per essere concentrati e focalizzati: bisogna camminare, andare avanti raccogliendo forze finalizzate.

Nei momenti di crisi spesso cerchiamo la fuga, vorremmo non pensare e poter solo alleggerire il carico. Ci diciamo che siamo stanchi, che dobbiamo pur riposare. Ma se il riposo è una fuga, e non un autentico bisogno di fermarsi, il risultato è uno stato d’animo depresso, e per nulla riposante. Non è una strada percorribile.

Bisogna arrendersi a quel che c’è. Al malessere, alla stanchezza, alla preoccupazione. Se la strada ora passa da lì, dirselo e accettarlo fa stare meglio. C’è quel che c’è, è il motto.

Ciò che produce malessere è la voglia di fuga, di scrollarsi di dosso il fardello. Ciò che produce benessere è il piano di realtà, starci dentro, affrontarlo.

Dunque mollare, e tener duro.

Come quella preghiera: “Mio Dio, dammi la forza di accettare quel che non posso cambiare, il coraggio di cambiare quel che posso cambiare, e la saggezza per cogliere la differenza.”