Archivi giornalieri: 1 gennaio 2013

Verità e sfumature

”Parliamoci chiaro”. Ho sempre temuto questa frase, che non è mai un invito alla trasparenza, ma l’apertura delle ostilità. Così scrive Giuseppe Pontiggia in Nati due volte.

Mi piace questa osservazione, la condivido. Mi fa pensare all’uso indiscriminato e violento della verità, come se la verità fosse una sola, netta, limpida, che o si dice o si entra nel regno della menzogna. Bianco o nero.

Ovviamente non è così. Ci sono verità semplici e verità complesse, verità che fanno star bene e verità che causano dolore: non possono essere trattate tutte allo stesso modo, espresse con la medesima linearità.

La verità spietata può distruggere come troppa luce può accecare: penso, per esempio, alla comunicazione di una diagnosi. O anche quando un amico ti vuole dire cosa vede in te che non va: mica è semplice, mica ti può snocciolare l’elenco delle tue mancanze, così, nudo e crudo. Persino una verità bella, un complimento, può non essere facile da dire e da accogliere.

Mi piace pensare che la maturità (non necessariamente quella anagrafica) si accompagni alle sfumature, alla complessità e non all’aut aut, alla morbidezza dell’insieme e non alla crudezza di linee nette.

Siamo intrecciati di luci e ombre (qui i miei amici sorrideranno: luci e ombre è un po’ il mio soprannome, è una delle mie espressioni preferite). Le ombre non distruggono le luci, e le luci non hanno meno valore per le ombre che inevitabilmente gettano.

Anche lo sguardo psicologico sulle ombre non deve distruggere: una volta che so che sono narcisista, egoriferita, che ho una sindrome di onnipotenza e altro ancora… questo cosa cambia? Cambia se poi rimetto quelle etichette nell’insieme della mia personalità, se cerco di comprendere, di vedere quando e come quelle parti agiscono, se  mi impegno per cambiarle, se ci provo e ci riprovo, se ne comprendo il senso, le finalità, se ne vedo anche gli aspetti un po’ costruttivi, magari come strategie di sopravvivenza in una certa fase di vita…

Le etichette distruggono nella loro crudezza e verità. La complessità salva, nella sua accoglienza saggia e non ostile. E complessità non vuol dire confusione, giustificazione di tutte le ombre, raccontarsela. La complessità mostra linee nette e definite, ma non le isola.

L’impegno etico con me stessa è guardare ciò che c’è, cercare di individuare anche le linee nette. Però, poi, se non aggiungo uno sguardo anche amorevole, non riesco a cambiare. Mi blocco nel senso di colpa o nel giudizio che mi inchioda e mi immobilizza. Lì non c’è via d’uscita, perlomeno per me.

Ho bisogno di calore, di sfumature, di sguardi benevoli. Ho bisogno di mettere le ombre in un quadro e non in un’etichetta, di vedere l’insieme dell’immagine e non la singola linea. Lo sguardo amorevole mi spinge a lavorare su me stessa, quello giudicante mi spaventa e mi congela.

Auguro sguardi benevoli e amorevoli a tutti, per tutti gli anni a venire…

Condividere la maturità

Nel libro “La cura Schopenauer” di Irvin D. Yalom uno psichiatra scopre di avere un melanoma che gli lascerà più o meno un anno di vita. Si chiede allora come dovrà passarlo, e nelle sue riflessioni riprende in mano lo Zarathustra di Nietzsche: “Per quanto Zarathustra esaltasse, persino glorificasse la solitudine, per quanto richiedesse l’isolamento per poter generare grandi pensieri, egli era ciò non di meno impegnato nell’amare e nel sostenere gli altri, nell’aiutare gli altri a perfezionare e trascendere se stessi, nel condividere la sua maturità. Condividere la sua maturità: questo colpì nel segno.”

L’altra mattina, leggendo “Come io vedo il mondo” di Einstein, mi sono imbattuta in queste riflessioni: “Il valore di un uomo, per la comunità in cui vive, dipende anzitutto dalla misura in cui i suoi sentimenti, i suoi pensieri e le sue azioni contribuiscono allo sviluppo dell’esistenza di altri individui.”

E ancora, nel paragrafo Perché viviamo: “… siamo qui per gli altri uomini (…). Ecco il mio costante pensiero di ogni giorno: la vita esteriore ed interiore dipende dal lavoro dei contemporanei e da quello dei predecessori; io devo sforzarmi di dar loro, in egual misura, ciò che ho ritenuto e ciò che ancora ricevo.”

Queste parole muovono profonde risonanze in me. Anch’io sento una forte spinta -e questo blog è una delle forme in cui si riversa- a condividere la mia maturità, a rimettere nella vita ciò che la vita mi ha donato e ciò che è frutto delle mie esperienze.

Ho bisogno di far fluire da me, di non trattenere, di mettere a disposizione. E’ un mio bisogno, fa bene a me. Ed è un bisogno, forse addirittura un istinto, di ciascun essere umano, che poi ognuno  declina, più o meno, secondo le sue caratteristiche e i suoi talenti.

Dare forma all’istinto altruistico fa star bene. Nella solitudine e nel silenzio raccolgo le forze, ma poi cerco di metterle nella vita, e fondamentalmente nelle relazioni. Questo mi rende felice, è fonte di benessere.

Mi sento come nella scena finale di 8 1/2 di Fellini, che mi commuove sempre ogni volta che la rivedo: tutte le persone della mia vita sono con me, e con questo girotondo interiore che mi scalda e mi dà forza, vado nel mondo. Buon 2013 a tutti!