Archivi giornalieri: 17 maggio 2013

Ricchezza

È una fredda mattina di maggio. Grigia. Piove con generosità e tira aria fredda. Ho un ombrello serio, ma l’acqua arriva di stravento. Salgo sull’autobus pieno, ma riesco a recuperare uno spazio adeguato di respiro. E lì, con l’ombrello che mi sgocciola sui jeans, sono improvvisamente felice. Di quella felicità che zampilla all’improvviso, così, senza troppo preoccuparsi delle condizioni poco confortevoli dell’intorno. In fondo piove, fa freddo, mi sono alzata presto, ho il fondo dei pantaloni zuppo, e il golf di lana ci sarebbe stato meglio al posto di questo di cotone. Ma sto andando a un convegno sul dolore cronico che immagino interessante, e sono felice. E visto che sono un’ansiosa e che arrivo rigorosamente in largo anticipo, mi metto a scrivere nell’attesa dell’inizio.

È un pomeriggio che avrebbe dovuto essere di pioggia, e invece è di sole. Il vento ha spazzato i nuvoloni, e ora il cielo ha ampi sprazzi di blu cobalto con intorno nubi a batuffolo e altre cariche di pioggia. Un cielo nordico, bellissimo.
Sono seduta su una panchina del parco, al sole, perché il vento che muove le fronde e i capelli lo consente. Sto qui con l’IPad sulle ginocchia e cielo e alberi che si riflettono nello schermo. Ho una pausa tra un appuntamento e l’altro. Mi sdraierei sull’erba, se non fosse bagnata da giorni di acqua. E anche qui sono felice. Di felicità grave, non leggera; di quella felicità che porta con sé le fatiche, che le ha sulle spalle e nel corpo, e in loro compagnia si crogiola al sole e al cielo blu. Dentro alla vita, parte della vita. C’è quiete in me, un silenzio pieno che accoglie i rumori del parco, delle giostre lontane, delle ruote di bicicletta sul terriccio, dei cani che corrono, delle scarpe da jogging, dei bambini che giocano, degli adulti che chiacchierano, del rintocco delle campane.
Amo la vita e le persone che della mia vita fanno parte.

È un venerdì sera e la settimana lavorativa è finita. Il vento fa sbattere un po’ le imposte, e i nuvoloni si sono scuriti insieme al cielo. E’ stata una buona giornata. Il profumo del bucato appena steso si unisce al silenzio della casa e alla luce soffusa della lampada sul tavolo.

Mi sento ricca. Ricca di vita.

Quando pensi di sapere ciò che non sai (seconda parte)

Un’altra famosa distorsione cognitiva è conosciuta come “effetto di Dunning – Kruger”.
In una ricerca del 1999 gli autori sottoposero degli studenti  dei primi anni di università a delle prove che misuravano capacità di ragionamento logico, grammaticale e umoristico; in seguito chiesero loro un’autovalutazione.

Gli studenti che avevano ottenuto i peggiori punteggi ai test, nel momento in cui dovevano valutare le loro prestazioni le sopravvalutavano molto: se il punteggio del test era 12, su una scala a cento, quello dell’autovalutazione era 62.
Invece, gli studenti con i punteggi migliori avevano mostrato una più corretta autovalutazione.

Come sintetizza A. Sgobba in un articolo su La Lettura del Corriere della sera del luglio 2012 (“L’effetto Dunning-Kruger. Ecco perché con Internet crediamo di saperla lunga”): “Tendiamo ad avere un’opinione alta nelle nostre abilità in molti domini, intellettuali e sociali. Sovrastimiamo le nostre capacità, e la nostra incompetenza si estende fino all’abilità metacognitiva di rendercene conto. In altre parole: chi è incompetente non sa di esserlo.”

Dunque, le persone inesperte tendono a sovrastimare le proprie conoscenze, non se ne rendono conto e, fatto altrettanto se non più grave, non si rendono conto delle effettive capacità degli altri. 

La buona notizia è che migliorando le proprie conoscenze, apprendendo, migliora la capacità di autovalutazione e il riconoscimento dei precedenti errori di valutazione.

L’articolo di Sgobba prima citato si conclude con una considerazione importante: “Troppo facile attribuire l’ignoranza inconsapevole sempre agli altri (…) per ciascuno di noi, non importa quanto competente, è intrinsecamente difficile sapere qual è l’ampiezza di ciò che non sa. (…)
Meglio porsi la questione in prima persona. ‘Ci sono cose che sappiamo di sapere e cose che sappiamo di non sapere. Ma ci sono anche cose che non sappiamo di non sapere’, ricorda Dunning. La sua conclusione risulta socratica: ‘I più saggi sono in grado di delineare meglio i confini della propria ignoranza’.”

Non sapere di non sapere è una questione interessante. E’ anche il mondo di tutto ciò che diamo per scontato e che non ci passa per l’anticamera del cervello che possa essere messo in discussione.
Ricordo una storiella letta anni fa non so più dove. Una signora tagliava sempre le estremità delle salsicce prima di metterle in padella. Vedendola all’opera, un’amica le chiese perché lo stesse facendo. “Non saprei”, rispose la donna, “mia madre ha sempre fatto così”. Allora alla donna venne la curiosità di sapere e chiese alla madre. “Avevo una padella piccola”, fu la spiegazione.

Quante cose del genere facciamo ogni giorno? Sono inevitabili, altrimenti la vita si fermerebbe per ragionare su ogni minima virgola. Il pensiero veloce di cui parla Kahneman  (vedi post precedente) è indispensabile. Però poi è necessario anche il pensiero lento, più logico e riflessivo. Così, tra velocità e lentezza, tra inconsapevolezze e riflessioni, tra lampi di intuizioni ed errori, procediamo sul cammino della conoscenza.