Archivi giornalieri: 24 maggio 2013

Piove

Non è che ami particolarmente la pioggia, ma in questa primavera così sgocciolante ho dovuto arrendermi, e così mi ritrovo a camminare in un parco deserto e a godermi -non l’avrei mai detto!- la passeggiata con l’ombrello e l’umido addosso. Basta rilassarsi. Mi godo il profumo della pioggia, la vista di cortecce lucide, foglie appesantite dall’acqua, erba luccicante, un tripudio di verdi brillanti. Rari passanti mi incrociano a passo svelto, io vado piano. C’è silenzio, qui. Nessun cane che corre, nessun bambino che gioca, nessuno che chiacchera sulle panchine. Quiete del luogo e quiete dell’anima. Assaporo ogni passo.

“Ma se i morti infinitamente dovessero mai destare un simbolo per noi, / vedi che forse indicherebbero i penduli amenti / dei nocciòli spogli, oppure / la pioggia che cade su terra scura a primavera. /

E noi che pensiamo la felicità / come un’ascesa, ne avremmo l’emozione / quasi sconcertante / di quando cosa ch’è felice, cade.” Rilke, Decima elegia duinese

Mi hanno sempre colpito questi versi. Mi suonano caldi e mi quietano. La felicità che non va verso l’alto, non si espande in bollicine frizzanti ma cade, scende verso il basso con le gocce di pioggia che bagnano e appesantiscono le foglie e la vita. Ma lì, in quella gravità che mi connette al cuore della vita, al mistero, alle radici, c’è felicità composta, seria. Felicità che sta in raccoglimento, che conosce la pesantezza e il dolore, e accoglie tutto con sé. Emozione sconcertante.

Anche la musica la sa raccontare, e oggi risuona col Miserere di Allegri, qui nella versione meravigliosa dei Tallis Scholars. E’ una musica che va ascoltata con calma, meglio ancora ad occhi chiusi, per farsi meglio trasportare da quelle voci nei luoghi dell’anima che evocano.

Che senso ha?

“Che senso ha tutto questo dolore?”

L’uomo abbassa la testa e si accascia sulla sedia. “Ha saputo la brutta notizia?” “Sì, ho saputo…”  Brevi parole, pesanti come un macigno che schiaccia: ripresa di malattia.

Là fuori c’è il sole, il cielo è azzurro, i nuvoloni nordici corrono; ci sono i ragazzi dell’università -futuri medici, futuri infermieri- che ridono e scherzano, fumano, si atteggiano a grandi.

Pochi metri da noi a loro, un abisso di distanza emotiva. E in mezzo altri naufraghi su carrozzine, naufraghi che spingono deambulatori, familiari che ostentano coraggio, speranza, buon umore.

La riabilitazione neuromotoria è un luogo che fa riflettere sulla vita.

Incrocio sguardi persi, perché la coscienza che li guida è in parte svanita; sguardi smarriti, arrabbiati, combattivi, tristi; qualche volta allegri. Più dei corpi danneggiati, sono proprio gli sguardi che mi colpiscono, qui. Stringono il cuore. A volte passo senza guardare troppo.

“Che senso ha tutto questo dolore?” Ha il senso che riusciamo a metterci noi.

Rilke risuona sempre nei miei pensieri: “Noi, che sprechiamo i dolori…”

Cerco di non sprecarli, i miei e i loro. Ne faccio amore per la vita.

Ne faccio raccoglimento, preghiera laica.

Li porto con me nel traffico cittadino, sotto questi nuvoloni che nel frattempo si sono scuriti, nel supermercato affollato dell’ultima spesa per la cena.
Mi fanno sentire la vita.

Torno a casa quieta e concentrata.