Archivi giornalieri: 27 marzo 2014

Ubuntu (II parte)

G. aveva molti progetti, e una brillante carriera davanti a sé. Uscendo di casa in quella bella e assolata mattina di primavera non immaginava che la sua vita sarebbe cambiata in modo così repentino e irrevocabile.
Si ritrovò in un Pronto Soccorso, senza giacca né cravatta, vestito del camicino azzurro dell’ospedale. Il collega che era con lui quella mattina aveva recuperato la sua borsa di lavoro, e quel pensiero lo rassicurava mentre aspettava l’esito degli esami appena fatti.
Quando il medico si avvicinò, capì subito dall’espressione che qualcosa non andava: “Quello sguardo ha cambiato la mia vita. Dopo, nulla è stato più come prima.”
“Dopo” tutti i progetti sono crollati e il futuro è diventato incerto. E’ iniziata un’altra vita.
Da quel giorno sono passati alcuni anni, non abbastanza da potersi considerare un po’ più al sicuro. Che poi, dopo certe esperienze, cambia anche il senso dell’espressione “al sicuro”.
“Sa, non avevo idea che la vita potesse cambiare così tanto, al punto da non riconoscerla più. Come se quel giorno mi avessero catapultato in un universo parallelo, dove tutto sembrava essere uguale a prima, ma nulla lo era più. C’erano ancora mia moglie, mio figlio, la mia casa… E poi gli amici, i colleghi, il lavoro. Eppure, era tutto diverso. Ricordo che, uscito dall’ospedale dopo l’intervento, camminavo per le strade della città e mi sentivo come nel film Truman show. Provavo un senso di estraneità, qualcosa non tornava. Dov’era finita la mia vita? Che scherzo mi avevano fatto? Rivolevo la mia vita di prima, non questo incubo vestito di normalità.”
G. non è al sicuro, ma sta meglio. Vive; ha attraversato territori sconosciuti, ha fatto incontri e scoperte. Ha capito quanto siamo interdipendenti, quanto bisogno abbiamo degli altri. “Lo capisci con la testa, passando dal corpo. Perché quando hai bisogno di qualcuno che si occupi della tua igiene, che ti lava a letto come se fossi un neonato, che svuota sacchetti maleodoranti, e magari lo fa parlandoti tranquillamente, col sorriso e una battuta sdrammatizzante, allora capisci davvero cosa significa avere bisogno di qualcuno. E gli sei profondamente grato per il fatto di essere lì con te. Non avrei mai pensato di poter essere così grato a qualcuno. Perché quel qualcuno ha raccolto la mia umanità prima ancora delle mie urine.”
Ubuntu: siamo interconnessi. Come cellule di un organismo, noi esseri umani intrecciamo le nostre vite in una rete che tutti ci sostiene, in qualche modo, per qualche tempo.
G., catapultato fuori dal suo mondo, ne ha scoperto un altro. Non pensava potesse essere anche così bello e ricco.
G. non è una persona reale, ma la sua storia racchiude tante storie vere.