Archivi giornalieri: 11 giugno 2014

Noi, che sprechiamo i dolori

“Noi, che sprechiamo i dolori.
Come li affrettiamo mentre essi tristi, durano,
a vedere se finiscono, forse. E sono invece
la fronda del nostro inverno, il nostro sempreverde cupo
uno dei tempi dell’anno segreto, ma non solo
tempo, – son luogo, sede, campo, suolo, dimora.”
Rilke, Decima Elegia duinese

Mi tornano spesso in mente questi versi, bellissimi.
Noi, che sprechiamo i dolori.
Perché è così difficile starci dentro.
“Quando ero ricoverato, sa quale era la cosa che più mi faceva arrabbiare? Gli amici che mi venivano a trovare e mi incoraggiavano, dicendomi ogni volta quanto mi trovassero meglio, anche se non era vero. Subito dopo, sulla scala dell’arrabbiatura, c’erano quelli che mi compativano, che mi ripetevano quanto fossi coraggioso.
Solo un amico ha saputo fare ciò di cui avevo bisogno: sedersi vicino a me e ascoltarmi, tranquillo, senza spaventarsi.”
“Detesto sentirmi dare pacche sulla spalla, concrete o metaforiche. Detesto sentirmi dare dei consigli su come dovrei reagire. Detesto chi mi dice cose stupide perché è in imbarazzo e non sa che dire. Non ho bisogno che mi dicano cose intelligenti. Ho bisogno che mi capiscano, che stiano in silenzio ad ascoltare i miei sfoghi.”
È difficile reggere il dolore, proprio ed altrui.
Noi, che sprechiamo i dolori.
“Quando finirà, dottoressa? Me lo sa dire lei?” No, non glielo so dire. Non so neanche dire se finirà, o che forme prenderà la sua vita con quel dolore.
Come li affrettiamo mentre essi tristi, durano, a vedere se finiscono, forse.
Ad agitarsi in modo scomposto si sprecano solo energie e si rischia di affogare, mentre ad affidarsi al mare, si rimane a galla, e poi magari si impara anche a nuotare.
Ma bisogna smettere di agitarsi, e stare.
Perché è solo così che riusciamo a vedere quel che è possibile in quel che c’è.
…son luogo, sede, campo, suolo, dimora.
Stare. Ascoltare. Fare spazio interiore. Reggere il silenzio dell’anima, e il rumore dei pensieri. Stare con quel che c’è così com’è, perché questa è la condizione per fare qualcosa di quel che c’è, e per riuscire a vedere ciò che appare solo quando le acque si calmano e il torbido si deposita sul fondo.
“Vedi, io vivo. Di che? Né infanzia né futuro
vengon meno…… Innumerabile esistere
mi scaturisce in cuore.”
Rilke, Nona Elegia duinese