Archivi giornalieri: 9 settembre 2014

Deriva dei continenti e bastioni di Orione

Ieri, mentre facevo colazione, ho visto un pezzo di documentario sulla deriva dei continenti.
Pensare alla vita in termini di millenni mi fa sempre effetto. Immagino i terremoti, gli tsunami, le esplosioni vulcaniche che hanno stravolto la Terra: mondi distrutti e scomparsi, e mondi che da quegli sconvolgimenti sono nati.
Penso a quegli eventi anche come metafora delle nostre vite. Arrivano onde che ci travolgono, che si portano via ciò che era importante per noi, che si portano via anche gli affetti. E altre onde che portano vita inaspettata.
Mi torna in mente il pluricitato monologo del replicante di Blade Runner:

“Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi:
navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione,
e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser.
E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo,
come lacrime nella pioggia.
È tempo di morire.”

Possiamo anche aver visto i bastioni di Orione, ma un giorno tutto quello che avremo visto, vissuto, scomparirà come lacrime nella pioggia.

Rilke si chiedeva: “…Avrà forse sapore
di noi il cosmico spazio in cui ci dissolviamo? Sarà vero
che gli Angeli
attingono soltanto dal loro, emanato da loro,
o c’è talvolta, come per sbaglio, un po’
d’essere nostro?” (Seconda elegia duinese)

La vita avrà sapore di noi? Che è come dire: avrà avuto senso la nostra vita? Avremo dato il nostro piccolo contributo all’evoluzione della vita sulla Terra?
Penso alla famosa considerazione di Heidegger, espressa in un’intervista: “oramai solo un Dio ci può salvare”.
Io non sono credente, ma quella frase -su di me- risuona come la necessità di uno sguardo più vasto, che trascenda un po’ i confini ristretti del proprio orticello, dei propri interessi personali.
Io sono un momento nel lungo percorso dell’evoluzione. Un giorno scomparirò, tutto il mio mondo scomparirà come lacrime nella pioggia. A quel punto, la questione non mi darà più pensiero, non sarò più lì a dolermene. Quel monologo è così struggente perché parla della nostra condizione umana. Parla di noi vivi che pensiamo alla morte.
Sono qui ora, col mondo che è mio e che amo. Immanenza. Qui, faccio quel che posso per dare senso alla mia vita, per farne qualcosa di buono. Qui, cerco di fare qualcosa di buono anche per qualcun altro, per un prossimo che mi è prossimo, che incontro nei momenti personali e professionali della mia vita.
Il presente concreto mi riempie la vita. Poi, alzo lo sguardo verso l’orizzonte, e sento il fluire che mi trascende, e andrà oltre me.
Immanenza, trascendenza. Umano, molto umano. Gioia e pienezza del qui e ora, ricchezza di sensazioni, fatiche, salite. Si vorrebbe tener stretto tutto ciò, ma prima o poi se ne andrà via.
Cammino in equilibrio tra attaccamento e affidamento.
Pensieri ed emozioni si placano nel vivere il presente.
Come scrive Sandro Bartoccioni nel libro già citato “Dall’altra parte”: “La vita è un soffio… come quella delle farfalle che vivono un solo giorno, che importanza può avere se muoiono alle 4 o alle 6 del pomeriggio… l’unica cosa importante è se erano belle e se qualcuno ha potuto godere della loro bellezza.”

Ecco, così.