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Cerco la bellezza della vita quotidiana. Cerco di tenere in equilibrio dentro di me gli aspetti tremendi della vita e quelli meravigliosi. Cerco di vivere pienamente il qui e ora.

Quando la realtà si fa dura…

“Non ho avuto una bella vita”: inizia così il racconto della sua storia. 
“Non mi aspettavo che potesse andare così”; “non vedevo l’ora di andare in pensione per cominciare a…”; “a cosa è servito lavorare e sacrificarsi tanto?”…
Molto spesso ascolto parole come queste, raccolgo lo sconcerto, il dolore o la rabbia per la vita che ha tradito le aspettative, che ha portato fardelli anziché doni. 
E mi colpisce lo sconcerto: come se nella vita la normalità fosse morire molto anziani, dopo aver goduto al massimo la vita, e come se ogni scarto da quella normalità fosse un affronto personale ingiustamente patito, immeritatamente arrivato.
La normalità è invece ricca di sfumature e di possibilità, felici o tristi che siano, in un mix bilanciato o fortemente sbilanciato in un senso o nell’altro.
Vedo percorsi sfortunati tutti i giorni, e come nella savana il leone atterra una gazzella mentre le altre scappano, così la vita atterra uno di noi mentre gli altri continuano la loro vita. Fino al leone successivo. 
Portiamo avanti le nostre vite cercando di scampare i pericoli e sperando che vada tutto bene.
Però abbiamo bisogno di una visione della vita che inglobi anche ciò che non vorremmo accadesse mai. Non dico che dobbiamo pensare sempre al peggio, ma neanche credere che andrà sempre e solo bene. Non è un invito ad essere pessimisti, abbiamo soltanto bisogno di non arrivare impreparati quando qualcosa va storto, abbiamo bisogno di non stupirci ma di tirar fuori tutte le risorse possibili per affrontare le difficoltà. Tante, troppe energie vanno a finire in sconcerto, lasciando le persone impigliate nelle reti di visioni del mondo irrealistiche.
È difficile tenere l’equilibrio tra paure e speranze, tra sentieri liberi e ostacoli che sbarrano il passaggio: quando voli non vorresti mai pensare alle cadute, e quando cadi vorresti solo poter riprendere a volare. Tutti vorremmo essere felici il più possibile, ma non va sempre così.
Combattiamo per essere felici, e a volte accade, altre volte no.
E quando non accade, allora arrendersi a ciò che c’è così com’è -e non come vorremmo che fosse- resta la strada più costruttiva, e spesso conduce verso aperture imprevedibili. 
È faticoso stare nella realtà, però aiuta.

Scende la sera

Passeggiare, guardare, farsi prendere dalla vita che scorre davanti agli occhi. Seguire i guizzi delle luci; respirare la quiete e il movimento, gli spazi di solitudine, le vite che si incrociano.
Osservare le geometrie e le persone.
La musica nelle orecchie, la Canon in mano, e tutto torna al suo posto.
Sono grata alla vita che ora c’è.

Inizia un viaggio

Fra poco traslocheremo. La mia vacanza, quest’anno, sarà un viaggio tra scatoloni, sulle onde di passato e presente, impegnata a trovare il giusto peso delle cose, per discernere ciò che potrò lasciarmi alle spalle e ciò che vorrò portare con me.
Oggi ho iniziato con due ripiani di libreria, zeppi di cartelline che raccoglievano una quindicina d’anni di corsi di formazione. Le avevo già alleggerite tempo fa, ma oggi ho fatto un lavoro radicale. Mi sono seduta, le ho prese una per una, aperte, scorso tutte le carte contenute: materiali, fogli di appunti… mi sono passate sotto gli occhi centinaia di giornate d’aula, ore di studio, libri letti e trasformati in slides, volti incontrati, luoghi, emozioni, mezzi di trasporto che mi hanno fatta viaggiare per l’Italia. E lì in mezzo la mia vita personale, tanta vita che mi scorreva davanti foglio dopo foglio.
E, foglio dopo foglio, ho stracciato e buttato via.
Non mi serve più tutta quella carta, testimone di vita e di lavoro. Ciò che mi serve è in me: nozioni apprese, riflessioni maturate, ricordi. Viaggiano leggeri su connessioni sinaptiche e si accomodano nelle loro dimore cerebrali.
Mi sento bene via via che si liberano i ripiani: la vita è dentro. Viaggio un po’ più leggera.

Buon compleanno

E sono 59…
Questo compleanno mi ha dato da fare: l’avvicinarsi dei 60 non è banale, e sta portando con sé molte riflessioni sul tempo che -bene che vada, e non è scontato- rimane all’orizzonte.
Non sono questioni razionali: semplicemente, sono saliti da dentro stati d’animo, sguardi sulla vita, pensieri dai colori più cupi, velati di preoccupazioni sul futuro, attraversati dalla fredda consapevolezza del tempo che corre veloce verso la fine.
Da questo fondo faticoso è nato un progetto fotografico, che in realtà è più che altro un esercizio spirituale: ogni giorno scatto una foto per fissare qualcosa di bello che vedo. Se lo desiderate, le potete trovare sul mio profilo Instagram (chiarapoggio60). La serie ha due hashtag: #unagocciadibellezzaalgiorno #sguardichecurano.
L’esercizio mi ha fatto e mi fa bene, e vorrei portarlo avanti per un anno.
Sforzarmi nel trovare sguardi di bellezza mi ha aiutata a tenere una luce accesa di orientamento, a non perdere il filo nel girovagare per le vie dell’inverno interiore. “Aiutati che il ciel t’aiuta”: la mia traduzione laica di questa affermazione è: “aiutati, che il cervello ti aiuta”. Le neuroscienze sottoscrivono.
E come in altri momenti difficili ho sperimentato, accade poi che un giorno ti svegli e ti senti meglio. Il lavorìo interiore ha fatto nascere le prime gemme, l’inverno dell’anima ha fatto sbocciare una nuova primavera. E allora le fredde consapevolezze sul tempo che corre e che avanza inesorabile si scaldano di vita piena, ricca di tanto passato e tanto presente. Il qui e ora torna a essere una ricchezza di cui sentirmi grata.
E ogni volta mi sorprende questo zampillare improvviso di vita che sembrava silente.
Così, oggi festeggio con gioia profonda questo compleanno, e con rinnovata gratitudine.

La trappola del colore prevalente

… E poi ci sono le storie che ci raccontiamo.
“E’ un brutto periodo”, “Sono giorni difficili”, “Sono felice”…
Facciamo dello stato d’animo prevalente il tutto; ma in quel tutto che ci sembra omogeneo, ci sono molte sfumature di cui dovremmo tener conto.
La nostra vita emotiva non è mai statica, si muove tra colori accesi e tonalità sfumate, variabili, intrecciate tra loro nel dar vita a tavolozze uniche.
Anche nelle giornate pesanti ci possono essere sprazzi di leggerezza, attimi di luce brillante, o di grigi che non sono neri. Certo, il nero pesa di più, e si imprime nella giornata, la colora del suo tono. Ma noi facciamo la nostra parte nel rimarcare il peso e non anche le note più leggere.
Non si tratta di vedere il bicchiere mezzo pieno, ma di portare con sé il tutto; non negare  -certo-  la fatica o il dolore, ma accompagnarli al resto che c’è, anche se piccolo e sfumato. Accogliere la completezza che attraversiamo tutti i giorni, e raccontarci quella completezza, non solo il nero o il bianco prevalenti.
Ogni volta che io mi racconto che è un brutto periodo, quel brutto si incide nel mio cervello, e scurisce le lenti attraverso le quali guardo la vita scorrere. Non solo la mia, la vita in generale.
Quando sono sofferente mi sintonizzo e vedo maggiormente tutte le sofferenze intorno a me. E questo sguardo rafforza il mio dolore, diventando un circolo vizioso.
Allora, a meno che non stiamo vivendo una vera e propria depressione, è importante mettere energie nel cercare di tenere aperto lo sguardo su tutto quel c’è. Lucidamente, amorevolmente.
Guardare tutte le sfumature che compongono il nostro bicchiere, giorno per giorno. Perché oggi non è ieri, e domani sarà altro ancora. Il prevalente prevale, ma non deve distrarci dal tutto.
Quando allargo lo sguardo e comincio a raccontarmi quel che c’è, sto meglio, mantengo un equilibrio migliore che si fa circolo virtuoso e cambia lo sguardo sulla mia vita. Allora mi racconto che sono  –contemporaneamente- un po’ triste, un po’ stanca, un po’ felice, un po’ leggera, un po’ pesante, un po’ grata. Tutto sta,  e compone la forma cangiante della mia vita.