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La luce che gioca col buio

Mi colpisce la luce che gioca col buio.


Stasera guardo la quiete della sera e i suoi sprazzi di luce, e mi sento nel cuore della vita, là dove si muove una perenne alchimia tra tristezze e gioie, tra angosce e speranze; là dove l’equilibrio tra le forze è sempre in movimento.


Guardo la vita che si affaccia nel buio, che getta i suoi raggi di luce nella notte.


Guardo la quiete dei luoghi.


Guardo la bellezza dei guizzi di luce, e la bellezza delle ombre.

Guardo queste luci nel buio e penso che siano una metafora della vita.
Un giorno dopo l’altro cerchiamo tutta la luce possibile che riesca a tenere a bada le nostre paure, e magari anche sconfiggerle per un po’.
Cerchiamo la luce nel buio, e ci aggrappiamo a lei, sperando che duri. E ogni giorno cerchiamo la luce possibile, e il possibile equilibrio.
C’è una struggente bellezza in tutto questo. E una struggente tristezza.

“Si può sopravvivere sul sentiero della conoscenza solo vivendo come un guerriero, perché l’arte del guerriero consiste nell’equilibrare il terrore dell’essere uomo con la meraviglia dell’essere uomo.” (C. Castaneda, Viaggio a Ixtlan)
Così cerco bellezza e meraviglia, ogni giorno. E che siano flebili luci nella sera, sgargianti tramonti o tersi cieli azzurri, è la luce possibile che c’è –giorno per giorno, momento per momento- a farci vivere.

Controluce

Ero sull’autobus diretta a un parco, ma un controluce mi ha catturata. Sono scesa, e ho camminato guidata dai giochi delle ombre e delle luci.
Momenti preziosi di felicità: a volte, li trovi dove non cerchi.
Più tardi, in tram, guardavo la vita intorno a me: persone di razze diverse, imbacuccate tra sciarpe, giacconi e cappelli; sacchetti della spesa e regali infiocchettati; cani scodinzolanti; sguardi assorti, assorbiti nei pensieri; chiacchiericcio che arrivava in sottofondo mentre dagli auricolari risuonavano le musiche struggenti di Bregovic.
Sono parte di questo flusso, immersa nel cuore pulsante della vita.

Il senso del tempo

Una mattina che inizia senza sveglia è già vacanza.
E poi il sole, l’aria ancora fresca, muoversi per casa senza fretta, senza liste di impegni da depennare: oggi le cose da fare restano da fare. Mi godo il tempo, che accolto con questo spirito si espande, regalandomi un senso di pienezza e di felicità.
Vado a zonzo per la città, guidata solo dallo sguardo e dal bisogno di quiete, che mi orienta verso strade poco frequentate, silenziose.
Senza meta e senza obiettivi fotografici, con la Canon pronta a cogliere ciò che incontra.
Cammino, guardo, scatto. Per il piacere di cogliere ciò che c’è, di godere di una semplice manifestazione di vita: uno scorcio di case, un balcone fiorito, un gioco di luci…
Che senso hanno queste foto, questi sguardi?
Per me, sono solo testimonianze di un semplice esserci, di una bellezza che scorre sotto i nostri occhi e che non necessita di aerei o camminate estenuanti verso paesaggi mozzafiato. La bellezza semplice che è a portata di mano sempre, che può alleggerire l’animo in qualunque momento e in qualunque luogo. Quella bellezza che unisce l’apertura alla meraviglia –stato interiore dell’animo- e il semplice fluire della vita, così com’è.
Non è una novità, ma ogni volta mi colpisce: non sono tanto le cose che faccio a rendermi felice, ma stare pienamente nel tempo con quel che c’è. Quando sono in quel tempo, la quiete scorre nelle vene e nel respiro. Il tempo perduto è ritrovato.
Tutto va bene così com’è.

Strade d’agosto (prima parte) : passanti

Oggi sono felice.
Da un po’ cercavo nuovi sguardi attraverso l’obiettivo. Non nuovi in assoluto, ovviamente. Nuovi per me.
Oggi ho camminato un po’ per strade deserte: strade quotidiane, che conosco bene. L’aria fresca -quasi non ho sudato!- mi sono lasciata guidare dalla vista, da quel modo di guardare che a volte accade, e ti fa scoprire le cose note in una luce diversa. Divento io stessa un po’ pellicola impressionabile da luci e forme, obiettivo che si apre o si stringe, che sposta il fuoco da molto vicino a molto lontano, e incontra quel che incontra, senza averlo cercato.
Sono momenti preziosi in cui il quotidiano vive, canta, danza.
Poi ho fatto anche le foto, ma l’esperienza più bella è interiore.

Cosa nuova per me, qui trovate delle persone. Sto a distanza, perché mi imbarazza ancora andare vicino…E poi, quello che mi colpisce, non sono tanto le persone in se stesse, ma l’attimo di vita che mostrano.

Logorare un po’ la nostra soglia

Oggi sono stanca e meditativa. Guardo le persone sul tram, osservo particolari, penso a quanto la vita lasci traccia sui nostri corpi. E penso alle tracce meno visibili -impresse nel nostro cervello- che segnano e guidano i nostri comportamenti, le emozioni, i pensieri. Le tracce di ciò che abbiamo vissuto, delle ferite, dei successi, degli apprendimenti.

“Soglia: oh, pensa che è, per due che si amano
logorare un po’ la propria soglia di casa già alquanto consunta…”
Rilke, Nona elegia duinese

Mi vengono in mente questi versi, anche un po’ fuori dal contesto di quell’elegia.
La vita logora le nostre soglie: nel bene e nel male. Logora gli spigoli, ammorbidendoli, rendendoli più saggi, più ricchi di sfumature. Logora le difese, le asperità. A volte logora la pazienza, logora le forze, e da curve aggraziate tira fuori asprezze, spuntoni.
Guardo le persone e vedo le loro soglie consunte. Le ascolto, e vedo particolari più piccoli e sfumati di quelle soglie, ne vedo la storia, i percorsi di consunzione.
Provo rispetto per quelle testimonianze viventi, e per la mia.
Quando un urto ci scalfisce, non sappiamo mai fin dove arriveranno i segni: bene e male si intrecciano sempre, e quell’intreccio che continuamente cambia è il senso che troviamo giorno per giorno. Sculture, dipinti, arazzi… Questo siamo, a guardarci. Ma sculture, dipinti, arazzi che mutano. I nostri confini si modificano, modificando la visione d’insieme.
Quando fermo lo sguardo sul dipinto che sono oggi vedo le tracce che l’hanno formato, e intorno alle quali si sono svolti i disegni, le sfumature… Le stesse tracce, nel tempo, hanno dato luogo a immagini diverse, perché diverso il senso trovato.
Per questo credo che nella vita ci voglia pazienza, e la capacità -tutta da allenare- di prendere un po’ di distanza dall’immediato, di non aderire totalmente alla visione ristretta del momento. La vista corta affanna, mentre nel respiro profondo dell’orizzonte più vasto possiamo trovare pace, possiamo fare pace con le nostre smanie, con le aspettative deluse, i progetti falliti, le ferite, forse anche i dolori.
Dobbiamo respirare dentro la nostra vista corta, che accentua le tensioni, affanna il pensiero, agita le emozioni. Respirare anche senza la fiducia nell’orizzonte che potrà apparire. Respirare e basta, come si respira nello stretching: il corpo duole, vorrebbe mollare, ma ad ogni soffio d’aria che esce dai polmoni la tensione si scioglie un poco, e via via il corpo duole meno. Non importa il traguardo: ci sono limiti che non si superano. Importa il percorso, la sensazione di benessere che lentamente ci pervade, il confine spostato un poco più in là.
Tracce, disegni…
Così oggi respiro, rallentando la corsa del fare, degli impegni quotidiani. Oggi respiro e lascio che si sedimentino le increspature di superficie… Respiro per vedere meglio il disegno, e fare nuovi ritocchi.

“Là non è chi si guardi
o stia di sé in ascolto.
Quivi sei alle origini
e decidere è stolto:
ripartirai più tardi
per assumere un volto.”
Montale, Portovenere