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La trappola del colore prevalente

… E poi ci sono le storie che ci raccontiamo.
“E’ un brutto periodo”, “Sono giorni difficili”, “Sono felice”…
Facciamo dello stato d’animo prevalente il tutto; ma in quel tutto che ci sembra omogeneo, ci sono molte sfumature di cui dovremmo tener conto.
La nostra vita emotiva non è mai statica, si muove tra colori accesi e tonalità sfumate, variabili, intrecciate tra loro nel dar vita a tavolozze uniche.
Anche nelle giornate pesanti ci possono essere sprazzi di leggerezza, attimi di luce brillante, o di grigi che non sono neri. Certo, il nero pesa di più, e si imprime nella giornata, la colora del suo tono. Ma noi facciamo la nostra parte nel rimarcare il peso e non anche le note più leggere.
Non si tratta di vedere il bicchiere mezzo pieno, ma di portare con sé il tutto; non negare  -certo-  la fatica o il dolore, ma accompagnarli al resto che c’è, anche se piccolo e sfumato. Accogliere la completezza che attraversiamo tutti i giorni, e raccontarci quella completezza, non solo il nero o il bianco prevalenti.
Ogni volta che io mi racconto che è un brutto periodo, quel brutto si incide nel mio cervello, e scurisce le lenti attraverso le quali guardo la vita scorrere. Non solo la mia, la vita in generale.
Quando sono sofferente mi sintonizzo e vedo maggiormente tutte le sofferenze intorno a me. E questo sguardo rafforza il mio dolore, diventando un circolo vizioso.
Allora, a meno che non stiamo vivendo una vera e propria depressione, è importante mettere energie nel cercare di tenere aperto lo sguardo su tutto quel c’è. Lucidamente, amorevolmente.
Guardare tutte le sfumature che compongono il nostro bicchiere, giorno per giorno. Perché oggi non è ieri, e domani sarà altro ancora. Il prevalente prevale, ma non deve distrarci dal tutto.
Quando allargo lo sguardo e comincio a raccontarmi quel che c’è, sto meglio, mantengo un equilibrio migliore che si fa circolo virtuoso e cambia lo sguardo sulla mia vita. Allora mi racconto che sono  –contemporaneamente- un po’ triste, un po’ stanca, un po’ felice, un po’ leggera, un po’ pesante, un po’ grata. Tutto sta,  e compone la forma cangiante della mia vita.

Semplice saggezza

“C’è più dolore nel mondo che acqua nel mare…”
La signora è ricoverata da più di un mese: ha avuto alcune complicanze dopo un intervento, ma ora si sta riprendendo.
Ha settant’anni, e ne dimostra dieci di più. 
“Di dolore ce n’è per tutti, non mi posso lamentare. Ho avuto anche cose buone; tra cose buone e dolori, ho avuto una bella macedonia mista.
Spesso sto qui a riflettere sul male… ma mica quello mio, quello che capita anche agli altri. Ce n’è per tutti.
Mio padre ha fatto la guerra, ha conosciuto la fame. Ora qui mi portano il cibo caldo, magari non è tanto buono, senza sale, ma così ho perso anche qualche chilo. La gente qui si lamenta, ma cosa vogliono? Non sanno cos’è la fame. 
Io ho dieci nipoti, e racconto sempre a loro di mio padre, della guerra, della fame, delle fatiche per far crescere un po’ di grano e farci la farina per il pane. Mio padre lo raccontava a me e io lo racconto a loro perché sappiano apprezzare quel che hanno, perché sappiano come si viveva, perché non dimentichino, perché raccontino ai loro figli quando li avranno.
Io la mia vita l’ho fatta. Sono pronta ad andar via.”

Penso alle settantenni rifatte, mascheroni che non si arrendono al passar degli anni, che pretendono vita giovane, che considerano la vecchiaia un insulto.
Penso alle persone che si sentono sempre in credito con la vita, che pensano alla felicità come a un diritto e al dolore come un errore di percorso. 

Grazie, Maria, per la tua semplice saggezza. Spero che i tuoi nipoti non dimentichino.

Fragilità

La fragilità è un lato in ombra della vita. Sta in ombra non perché sia nella sua natura starci, ma perché noi ne abbiamo paura, e vorremmo non doverci mai fare i conti, vorremmo poterci sentire sempre bene e in forze, fisiche e psicologiche.
Quando poi, però, incontriamo sul nostro cammino una delle tante forme in cui la fragilità si presenta, rimaniamo spesso spiazzati, increduli, a volte impotenti.
L. non sa che fare, non era pronto. La malattia è arrivata come un fulmine a ciel sereno, e ha cambiato tutto. I vecchi orizzonti si sono chiusi, e quelli nuovi sono oscurati da una fitta nebbia. Come sarà il domani? Come sarà il futuro?
Oggi, però, L. sorride. Mi dice che ha capito una cosa importante, che l’ha quietato: “Ho smesso di fingermi forte, ho smesso di combattere i mulini a vento. Mi sono rilassato, mi scaldo nell’affetto dei miei cari”.
L. ha messo la sua fragilità nelle mani delle persone che gli sono vicine, che gli vogliono bene. Ed è proprio vero che l’unione fa la forza, quella forza che nasce dalla fragilità, l’accoglie, se ne prende cura con amore.
L. ha momenti di tristezza e di paura, sa che sono inevitabili. Ma sta imparando che la cura è nella condivisione, nell’aprirsi agli affetti.
L. sorride, e i suoi occhi vedono la nebbia sollevarsi all’orizzonte.

Speranza

Oggi sono contenta: lo vedo un po’ meglio”; “Sta facendo progressi, oggi è arrivata fino in bagno da sola”; “Oggi è stata una brutta giornata, ma domani, speriamo vada meglio…”; “Comincio a sentire che un po’ la gamba risponde, è un buon segno, speriamo!”
Ogni giorno ascolto parole che, in qualche modo, richiamano la speranza: frammenti di luce che appaiono in fondo a un tunnel, piccoli spiragli in muri senza fine. 
Piccoli spiragli. A volte molto molto piccoli, ma che comunque fanno passare quel po’ di ossigeno che consente di rifiatare.
Altre volte la speranza è irrealistica, è l’illusione che tutto torni come prima, o che una qualche divinità renda possibile l’impossibile,  perché i miracoli ogni tanto possono anche accadere…
Ogni giorno ascolto parole e vedo sguardi, volti che raccontano le fatiche e i dolori che stanno attraversando. Quei volti e quegli sguardi aspettano il più piccolo appiglio per aggrapparsi, per non sentirsi sopraffatti dalla vita.
Ogni giorno operatori sanitari e sociali hanno addosso quegli sguardi, e sotto quella pressione devono parlare, comunicare, spiegare, informare…
Un attimo e sei nell’illusione; un attimo e sei nello sconforto. Camminiamo tutti sul filo del rasoio: pazienti, familiari, operatori. E’ molto difficile stare nella realtà, senza illusioni, senza false speranze.
La realtà è un percorso: quando è troppo dura abbiamo bisogno di tempo per comprenderla, assimilarla. Un tempo per reggere l’urto, non venirne travolti, assorbire il colpo e poi lentamente reagire, trovare i nuovi possibili assestamenti, le risorse per far fronte alla nuova realtà.
E in questo tempo c’è un nutrimento indispensabile che non può mancare, ma che -come un farmaco- necessita del giusto dosaggio: la speranza.
Il nostro cervello ha bisogno di vedere una possibilità, di prefigurarsi una qualche possibile strada o sentiero che sia. E può anche darsi che nel percorso quella strada si riveli poi chiusa, ma intanto il pensarla ha consentito di muoversi, di andare avanti, e magari di trovare un altro sentiero possibile.
Il confine tra illusione e speranza è labile, molto labile. Eppure è su quel confine che spesso ci troviamo tutti, nelle nostre vite. Su quel confine lavoro, su quel confine vivo molti momenti della mia vita personale.

“Felicità raggiunta, si cammina 
per te sul fil di lama.
Agli occhi sei barlume che vacilla,
al piede, teso ghiaccio che s’incrina; 
e dunque non ti tocchi chi più t’ama.
Se giungi sulle anime invase 
di tristezza e le schiari, il tuo mattino 
è dolce e turbatore come i nidi delle cimase.
Ma nulla paga il pianto di un bambino 
a cui fugge il pallone tra le case.” (Montale)

Felicità e speranza hanno nella loro natura lo stesso difficile equilibrio.
A volte, vanno a braccetto. E allora vorremmo solo che durassero.
Ma camminiamo sul fil di lama, e a ogni scivolata dobbiamo cercare di riprendere l’equilibrio.
Che poi, la speranza si può declinare in tanti modi. “Quando non vedi l’uscita dal tunnel, arredalo”. E’ una battuta, ma anche una profonda e benefica verità.

Ne vale sempre la pena

Sto leggendo questo libro, e le riflessioni che escono dalle pagine si incrociano con le mie, personali e professionali.
Abbiamo paura del dolore, della morte, della vita che ci obbliga a percorrere strade che mai avremmo voluto percorrere. Ci ostiniamo a cercare la felicità dove vorremmo noi, e spesso non la troviamo, mentre arriva da angoli nascosti o temuti, dove mai avremmo pensato di guardare.
Cinque anni fa la vita di mio marito, e conseguentemente anche la mia, ha subìto uno sconquasso. Sono stati anni difficili, ma l’attraversare quei sentieri per nulla desiderarti e cercare la strada fra terre incolte ha portato ricchezze inaspettate.
E se una lezione abbiamo imparato sulla pelle è stata la necessità di arrendersi a ciò che stava accadendo. Allenare e poi ancora allenare la resa.
Scrive Jankovic: “Ci è data sempre una seconda possibilità, anche se non come la vorremmo noi. Ma se la riconosciamo, allora possiamo ritornare a sorridere alla vita.”
E lo scrive un uomo che ha visto morire bambini e giovani di leucemia. Lo scrive per aver seguito negli anni le famiglie che avevano subìto una perdita, che avevano attraversato uno tra i dolori più grandi che si possano immaginare.
La mia esperienza, fortunatamente, non è stata così drammatica. Ma attraverso le fatiche delle frustrazioni, dei sentieri obbligati, non desiderati, lontani dalle aspettative, sono arrivata alle stesse conclusioni.
“…tutti condividiamo la stessa trama di eventi in relazione col proprio vicino, in una scala crescente ma indivisibile in cui ogni cosa esiste grazie alle altre. (…)
ma se un uomo è in vita questo scambio incessante di relazioni chimiche, emotive, psichiche, familiari… quando non è più vivo cosa diventa? (…)
Anche da non vivo, resta scambio e relazioni, nei suoi geni che vivono nei figli, nei suoi esempi e ricordi che riemergono a distanza in chi lo ha amato, nelle persone che si appropriano dei suoi pensieri attraverso le sue parole.
E l’impronta di queste scie è più viva che mai perché produce effetti reali in chi ne è affetto. Ognuno di noi, chi più chi meno, innesca una rete di onde affettive che si propaga oltre noi, senza che noi lo sappiamo o lo vogliamo, in alcuni casi si ferma ai nostri congiunti, in altri va ben più in là.
(…)
E non è questa una rete sconfinata di amore, in cui ogni nodo si tiene assieme al vicino per propagare una fiducia inebriante nella vita? Non è questo un contagio salvifico che esalta quanto di meglio ha l’essere umano?”

Oggi io mi sento così. Parte di una rete di relazioni, incontri, scambi. Sono connessa con tutte le persone con le quali -a diversi livelli di vicinanza e intensità- è avvenuto e avviene un dialogo autentico: sono tutti con me, e io con loro.
Mi sento ricca di tanti doni ricevuti e dati, sono felice per il calore degli affetti che vivo.
È un sentire, oltre che una visione della vita, che mi rasserena e mi fa essere fiduciosa. So bene che tutto può succedere nella vita, so che incontrerò altre paure e dolori, ma ne sono un po’ meno spaventata. Affronto i giorni con una fiducia più matura e profonda, e vivo l’oggi senza smanie, fluendo con quel che c’è.
“… E qui io cammino guardando, guardando, senza fiato.” (Castaneda)
Meraviglia e bellezza mi accompagnano.

Elogio della tristezza e della fatica

“Come mi giro, sento inviti ad essere felice: dai social, dagli amici, dagli scaffali delle librerie…
E io, che felice non sono, mi sento in colpa, mi vergogno quando incrocio la mia vicina di casa sorridente, quando il collega racconta le vacanze in cui si sono divertiti tanto.
Mi sento esclusa, e per questo a volte orgogliosa, a volte arrabbiata.
Sto meglio quando sono qui in ospedale, e parlo con gli altri parenti. Siamo tutti più o meno tristi, qui. Condividiamo le fatiche. Qui mi sento parte di un mondo.”
Questa è la sintesi di molte voci che quotidianamente ascolto.

L’aspettativa di felicità fa male, a volte. Forse sempre.
Non dico neanche che vada bene l’aspettativa di infelicità. Semplicemente, scorrono. Entrambe. E pensare che la felicità sia il tempo giusto mentre l’infelicità uno sbaglio, una parentesi da superare, non aiuta ad affrontare le difficoltà della vita.

Quando attraversiamo terre faticose, abbiamo bisogno di altre attrezzature, di altre guide, di compagni di viaggio disposti a mostrare volti autentici.
Abbiamo bisogno di verità, non di teatrini in cui si inscenano vite che non sono.
Abbiamo bisogno di benevoli sguardi di accoglienza, che non ci facciano sentire sbagliati, ma degni d’amore così come siamo.
Mi piacerebbe vedere in evidenza sugli scaffali delle librerie meno manuali sul successo, l’autostima, il raggiungimento degli obiettivi e più libri che raccontano le storie vere di vita, che testimoniano i percorsi sudati, le tappe attraversate più che le mete raggiunte.
Mi piacerebbe che si potesse normalizzare la fatica che tutti facciamo, in misure molto diverse, e che le emozioni un po’ reiette trovassero spazio per esprimersi, per ricevere legittimazione e grazie a questo migliori possibilità di autentica trasformazione.
Nei periodi più difficili della mia vita non mi ha aiutato guardare chi si mostrava felice e realizzato. Nessuno di quei modelli mi ha fatto muovere un passo.
Mi è invece servito incontrare persone disposte a mostrarsi autenticamente, a parlare delle difficoltà e a condividerle, disposte a mostrarsi nelle debolezze e negli insuccessi, e negli sforzi quotidiani per proseguire il cammino o rimanere a galla.
Mi è servito leggere le testimonianze vere di vite difficili.
E alla fine, penso che sentirsi appartenenti alla comunità orizzontale degli umani affaticati e dolenti sia fonte di maggiore serenità e di benessere.
Vedo persone che si affannano per inseguire miraggi che le lasciano con tutta la loro sete, e con la frustrazione di vedere altri bere un’acqua che non arriva mai per loro.
Invece, nella comunità degli umani affaticati e dolenti, vedo persone che trovano la loro personale fonte per placare la sete.
Meno miraggi e più verità. Meno teatrini e più coraggio di autenticità.
Questo, mi fa bene.

Ricami

Ascolto stanchezze e desideri irrealizzabili, illusioni e speranze realistiche, voglie di fuga dalle pressanti necessità e immersioni nella cruda realtà.
Ascolto emozioni allo sbando, e non sono quasi mai -se non mai- buone consigliere, e tantomeno guide verso la serenità.
E allora bisogna far quietare le emozioni, dopo aver dato loro possibilità di espressione.
E poi riprendere contatto forte con le radici, con le priorità e con i valori che sentiamo nostri: tutto ciò è un’àncora che rallenta lo sbando e lentamente lo frena.
E poi rimanere saldi lì. Non con la forza ma con la flessibilità, con amorevolezza e perdono, con lo sguardo orientato verso ciò che c’è e non verso ciò che manca, o è troppo lontano, forse irraggiungibile.
Il desiderio e il piacere, se lasciati liberi, portano fuori strada e sono fonte di sofferenza: in questo credo che abbiano ragione i buddisti. Ma neanche la totale rinuncia è strada percorribile, per me.
Vedo invece possibile il lento cucire l’alto col basso, il desiderio con la realtà, il piacere col possibile: un ricamo sempre in divenire.
È un percorso faticoso, mai lineare, sempre a rischio di uscite di strada. E quando questo accade, ci vuole più tempo per ritrovare il centro, ma quel tempo e quella strada in risalita portano nuovo radicamento, più saldo e profondo. Riportano luce nelle radici nascoste e linfa a rafforzarle.
Se sbandare è inevitabile, alla fine si rivela necessario.
Il tempo perduto è ritrovato, e con lui il senso.