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Era già l’ora che volge il disio…

Il sole è tiepido, l’aria fresca, il cielo azzurro. Un uomo col violino sta suonando “Hallelujah” di Leonard Cohen. C’è il fiume umano del sabato pomeriggio che scorre rumoroso.
Ho pensieri e stati d’animo arruffati: il tempo che corre, le cose che restano indietro e quelle che contano, i desideri, la vita che c’è, gli anni vissuti e quelli a venire.
Stare nel senso della propria vita è questione da rinnovare spesso, soprattutto quando la corsa degli impegni lavorativi rallenta o si ferma. Le risposte che ieri quietavano l’animo oggi appaiono spente: sono lì, ma non vivificano un granché. E passano ore preziose di tempo libero, occupate da una vaga inquietudine, dal fare, dallo stare.
Poi, finalmente, arriva l’ora del giorno che sempre ha il potere di calmarmi: quando il sole inizia a calare e la luce si fa meno invadente.
Mi piace il tramonto: non solo per i suoi colori, ma perché non pretende più molto dalla mia giornata. Anche le incompiutezze e le imperfezioni trovano il loro posto, e per un po’ non reclamano altra attività, altro impegno.
Mi posso quietare, e nella quiete ritrovo vita nelle risposte. Il tramonto mi placa, e da lì, da quello stato d’animo, posso guardare lo scorrere della vita e sentirmi a casa.

Di foglie lucide, di tempo che corre, di felicità…

Oggi guardavo le foglie brillanti di pioggia, quella pioggia fastidiosa che però rende il paesaggio urbano così lucido e sgargiante. La città dopo la pioggia è bellissima.
E poi è venerdì: felice per il weekend, perplessa per un’altra settimana passata troppo velocemente. Ultimamente il tema del tempo sta acquistando nuove sfumature.
Sarà che l’orizzonte del cambio di decade si staglia non più così lontano, ma mi capita di riflettere più spesso sulla qualità del mio tempo.
Ieri sera, camminando per un corridoio dell’ospedale, guardavo scorci di vita inquadrati dalle porte aperte delle stanze. Vite uscite dai binari abituali, catapultate in territori difficili e faticosi.
Era tardi, andavo verso gli ultimi impegni della giornata.
In una stanza, un uomo in carrozzina guardava fuori dalla finestra, dandomi le spalle. La stanza quasi buia, guardava un cielo buio e piovoso. Andavo di fretta, e sono passata oltre, ma l’immagine mi è rimasta impressa, collegata al mio andar di corsa.
Giornate troppo piene, settimane che volano via veloci… e poi?
Sto facendo il possibile per vivere al meglio la mia vita?
So bene che tutto può cambiare in un attimo, lo vedo tutti i giorni, e lo spazio e il tempo per mettere vita nelle giornate è qui e ora.
Penso al progetto fotografico “Before I die I want to…” di cui mi sta parlando una collega. Il progetto è nato sul muro di una casa abbandonata ed è arrivato a fare il giro del mondo in raccolte di Polaroid, dove sotto i volti delle persone più disparate compaiono le scritte a mano di ciò che quelle persone vorrebbero prima di morire.
E io cosa vorrei?
Ci penso. Al di là delle risposte più superficiali e immediate che mi passano per la testa.
E mi viene da spostare la domanda entro un orizzonte più corto: cosa vorrei ora, nel mio presente, in un futuro vicino. Perché “before I die” allontana dall’oggi, e di doman non v’è certezza…
Dunque, cosa vorrei, ora?
Vorrei tempo. Vorrei non dimenticare la qualità del tempo quando accelero troppo, quando sono presa dal fare, quando il fare rischia di soffocare le priorità interiori.
Oggi guardavo le foglie lucide di pioggia ed ero felice. Oggi il tempo era pieno. E quando accade di sentirlo così, quando il momento è collegato a un sentire di significato, il tempo rallenta.
Ora, nella quiete di casa, quelle sensazioni sono ancora con me.
Sono nella mia vita, con le persone che amo, con le relazioni significative che vivo. Porto tutti con me, e tutti sono qui con me, ora.
Stasera sono felice, e leggera.

Rosso su grigio

È sera. Raccolgo i frammenti di giornata che, come oggetti buttati alla rinfusa in una stanza, ancora si affollano in me. Vorrei silenzio e quiete, ma inciampo in voci, immagini, sensazioni…
Non c’è che aspettare, pazientemente, che abbassino i toni e rallentino il movimento.
In questo svolgersi di momenti di vita rivedo l’infilata di foglie colorate che oggi mi hanno fatto sentire la gioia dell’autunno: ero in auto su una strada in mezzo ai campi e all’improvviso il cielo grigio piovigginoso si è fatto sfondo nel dar risalto a una tavolozza di gialli, verdi e tanti rossi.
Rosso su grigio, gioia su dolore.
Ora, qui, vanno finalmente sullo sfondo gli sguardi che ho incrociato, le parole ascoltate e dette, le storie di vita che ho raccolto; va sullo sfondo la giornata e sale la calma, accompagnata dal calore di casa, dalle luci accese nel buio della sera.
Ho bigiato l’ora di Pilates, ma ho guadagnato un tempo di raccoglimento.
Oggi va bene così.

Profondità

“Non vediamo le cose per come sono ma per come siamo.” Anaïs Nin
Stamane ero pensierosa. Ascoltavo in auto dei concerti di Vivaldi, immersa nelle armonie alternanti di adagi e allegri, flusso mutevole come la vita.
Parole di pazienti, di amici, ricordi… Stamane tutto scorreva intensamente e riverberava nelle note dolenti del violino, dell’oboe.
Oggi sono pensierosa e il mondo mi rimanda pensieri: vediamo le cose per come siamo.
Un cielo azzurro terso d’estate può essere un sospiro di sollievo e di apertura gioiosa, oppure uno schiacciante chiarore, abbagliante, troppo vitale e sfacciato per chi ha bisogno di penombra.
Oggi gli adagi vivaldiani portano su uno stato d’animo complesso, pieno di sfumature: il sottobosco degli umori, come l’avevo chiamato in un altro post.
Non è tristezza. Rilke mi soccorre sempre con le parole giuste:

“… Egli avanzò. Tornato.
Senza respiro stiè: su quella vetta,
senza ringhiera. Ed in possesso, alfine,
d’ogni Dolore, -assortamente, tacque.”
(La discesa di Cristo all’inferno)

Qui, in queste stanze interiori, mi sento nel cuore battente della vita.
Qui tutto sta: gioie e dolori, conquiste e fallimenti, lotte per la vita, flusso di millenni.
Qui, minuscola particella, poco più di un soffio nel lento respiro dell’evoluzione, mi sento unita agli altri soffi, compagni di viaggio in percorsi intricati.
Qui, sto. Mi sento a casa.
Una casa impegnativa, non quella delle vacanze e del relax. Una casa austera che richiama all’essenziale: senza fronzoli, non dà consolazioni fugaci, né offre scorciatoie. Dà quello “stare” di cui parla Rilke. Dà una sua particolare forma di sicurezza, di stabilità. Gravità.
Qui mi sento al sicuro non perché non mi può succedere niente, non perché offre riparo, ma perché da qui viene la forza per affrontare la vita.
Qui mi sono sempre ancorata nelle tempeste che ho incontrato, qui ho trovato il baricentro, la quiete necessaria per ampliare gli sguardi e ritrovare l’orizzonte.
Qui arrivano parole che desiderano essere condivise.

Di tempo lento e cieli stellati

Stasera mi fermo, tablet sulle ginocchia. Ci vogliono energie anche per fermarsi, e tempo quieto dentro. Stasera ho tutto questo, così riprendo un filo di condivisione che mi è mancato in quest’ultimo periodo: lontana dalla scrittura, dalla mia Canon, e anche un po’ dai blog amici.
In quest’ultimo periodo sto facendo un’esperienza curiosa, per me piuttosto nuova, e che riguarda il senso del tempo.
Normalmente, in periodi pieni come questo che sto vivendo, la sensazione prevalente è quasi sempre stata quella dello scorrere troppo veloce delle giornate, dell’affanno nel cercare di fare tutto, e a volte della frustrazione per ciò che non riuscivo a fare e che invece avrei voluto fare. I giorni volavano, e volavano le settimane e i mesi.
In quest’ultimo mese, invece, mi sono ritrovata in giornate molto piene, ricche di impegni vari, ma con un vissuto di quieto scorrere. Ero -e sono- nel flusso. Il tempo si dilata, e sento che c’è davvero tanta vita nei miei giorni. Senza affanno, un passo alla volta anche quando il ritmo accelera, percorro la mia giornata e arrivo a sera con la bella sensazione di aver vissuto una giornata lunghissima, ricca e variegata. Anche le settimane scorrono lente, non mi scappano via, rincorrendosi l’una con l’altra.
Faccio molte cose e altre ne rimangono indietro, in attesa del loro tempo: ora, però, non mi sento sopraffatta dallo scoramento o dalla smania, vissuti opposti ma entrambi frustranti.
Sperimento la potenza del qui e ora, che quieta l’animo e dona il tempo.
Scorro in giornate buone e meno buone, osservo cieli interiori variabili… Ovviamente non c’è il sole tutti i giorni, ma anche i momenti rannuvolati o bui scorrono, e scorrono meglio quando non ci rimango aggrappata con la smania di farli passare presto.

“… Noi, che sprechiamo i dolori.
Come li affrettiamo mentre essi tristi, durano,
a vedere se finiscono, forse. E sono invece
la fronda del nostro inverno, il nostro sempreverde cupo
uno dei tempi dell’anno segreto, ma non solo
tempo, -son luogo, sede, campo, suolo, dimora.”
Rilke, Decima Elegia duinese

Sto in ciò che c’è. Ho un senso di profonda tenerezza per la vita che scorre e passa; per gli stati d’animo che mi attraversano, che a volte mi agitano, per quelli belli e per quelli pesanti; per le fatiche, per l’arrancare sulle salite esistenziali; per le gioie e gli entusiasmi.
Sto, traboccante e quieta. Grata alla vita per tanta ricchezza.
Stasera, qui. Nel cuore tutte le persone che amo e tutte quelle che ho incontrato in scambi significativi.
Stasera il cielo interiore è una notte limpida piena di stelle.

Creature di un giorno

Già dalla citazione iniziale il libro promette bene: “Siamo tutti creature di un giorno; colui che ricorda e colui che è ricordato. Tutto è effimero, tanto il ricordo che l’oggetto del ricordo.
Vicino è il tempo in cui tutto avrai dimenticato; e vicino è il tempo in cui tutti avranno dimenticato te.
Rifletti sempre sul fatto che presto non sarai nessuno, e non sarai da nessuna parte.”
Marco Aurelio, Pensieri

Irvin Yalom è un ottantenne psichiatra americano, autore di libri interessanti, come questo che sto leggendo: “Creature di un giorno”, storie romanzate di pazienti e di dialoghi con loro, che ruotano intorno al tema del tempo che passa e della morte che si avvicina.
Trovo vissuti e riflessioni che appartengono anche a me, e mi fa sempre bene sentirmi in compagnia su questi sentieri interiori, mi fa bene sentire una condivisione umana, calda, vissuta.
In questi anni di lavoro in ospedale e nelle cure palliative ho vissuto, letto e riflettuto, mi sono fatta domande e ne ho ascoltate, ho cercato risposte e ne ho ascoltate. Ho vissuto la mia vita intrecciandola con quelle domande e quelle risposte, facendone un tutt’uno. E continuo a farlo.
Perché non contano tanto le domande o le risposte, quanto l’incarnarle nel quotidiano, viverle nell’esperienza. Le verità sono semplici, le risposte non placano l’animo per il loro contenuto, ma perché quel contenuto improvvisamente brilla, canta, parla. Vive.
Come in quella riflessione zen: prima dell’illuminazione il cielo era cielo, gli alberi alberi, la terra terra. Dopo l’illuminazione il cielo era cielo, gli alberi alberi e la terra terra: ma che differenza!
Ecco: le riflessioni sulla caducità e sul vivere il presente sono sempre quelle, ma ci sono momenti in cui vivono, si incarnano, e allora sono esperienza che quieta e rasserena.
Accade, interiormente.
Porto con me le esperienze di non senso, di paura e di angoscia, di domande. Cammino con loro, insieme alle esperienze di senso, di quiete, insieme alle risposte incarnate.
Sono tutto questo, in continuo lavorìo e in mutevoli stati d’animo.
E stasera sto, in equilibrio sul fil di lana. Quieta, serena, colma di vita.

Inverno

Ho visto spegnersi i colori dell’autunno. Lentamente, un giorno dopo l’altro, gli alberi si sono mostrati nella loro essenza: rami disegnati contro il cielo, linee sinuose, intrecci.
Li guardo sempre, affascinata dalla loro bellezza austera, priva di fronzoli.
Mi fanno pensare alle persone che mostrano le loro rughe con autenticità, che portano i segni del tempo con semplice e naturale eleganza.
L’inverno, nel mio mondo interiore, porta quiete. Mi accompagna in luoghi di riflessione, mi fa attraversare sottoboschi emotivi che sanno di nostalgia e serenità, mi fa guardare con occhi nuovi le foglie cadute. Mi fa sentire le foglie cadute, le porte che si sono chiuse, le strade che non ho preso. Le vedo distintamente, tappeto di foglie che non sono più e che non torneranno. Altre verranno, si spera, ma quelle no, non più.
Non ho mai avuto rimpianti, e non ne ho ora. Però oggi la percezione delle rose che non ho colto ha un sapore diverso. È più lucida e, in un certo senso, più irreversibile. Lo so che non esiste il “più” irreversibile, eppure l’espressione mi sembra che racconti ciò che provo.
Non si possono varcare tutte le porte, mentre ne apriamo una se ne chiudono altre, e mai sapremo come sarebbe stata la nostra vita se… La forma che abbiamo è fatta di limiti che tracciano i nostri confini: il limite delimita, ordina il caos, e nel dare quell’ordine, quella forma, scarta possibilità, taglia occasioni, non nutre potenzialità, non esplora altri territori. Inevitabile. Irreversibile.
Fino ad ora, il sentimento che accompagnava queste considerazioni è sempre stato di tranquilla consapevolezza, di senso di identità e unicità. Ora, si aggiungono nuove sfumature. Guardo le foglie cadute e sento che non torneranno più. Guardo le foglie che non sono state e sento che non saprò mai come avrebbero potuto essere… Sento le mancanze e i limiti, sento che sono il prezzo pagato all’essere ciò che sono. È il sentire di chi vede accorciarsi l’orizzonte.
Non ho rimpianti, sono grata alla vita per come è andata finora. Va bene così.
I rami che si stagliano nel cielo sono bellissimi.