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Occhi azzurri e gerani

“Non l’accetto, non l’accetterò mai.” Due occhi azzurri mi guardano, tristi; occhi di bambino invecchiato. L’ictus ha spazzato via progetti e reso amari i desideri non più realizzabili, e ancora così vivi. L’ha scaraventato in una vita che non riconosce più come sua.
Per quanto le storie siano molto diverse, mi fa pensare ai transgender, identità imprigionate in corpi estranei, non sintonici. Anche l’uomo che mi sta di fronte è imprigionato in un corpo che sente estraneo, che non è più sintonico; un corpo che l’ha tradito.
E dentro a quel corpo, uno spirito giovane, forse troppo per la sua età. Non lo aiuta, in queste circostanze. L’ha spinto in avanti nella sua vita attiva, ma ora lo trattiene in un passato che non sarà più, con strumenti inadeguati per far fronte a un presente che invece c’è, duro, senza sconti.
Ogni tanto quegli occhi ridono ancora: l’intelligenza e l’ironia non gli mancano. In un lampo, si intravvede l’uomo che è stato. In quegli occhi che brillano traspare la sua vitalità, ma è un attimo, e subito si vela.
Così come in un attimo la sua vita è cambiata, e quell’accidente cerebrale gli ha sottratto ciò a cui teneva di più, le cose per lui più importanti. Via il lavoro, via l’indipendenza, via la possibilità di guadagnare, via molti che credeva amici. E fra poco via anche dal paese che ha amato, in cui ha sempre desiderato vivere, per rientrare nel paese in cui è nato e che non ha mai amato, che ha sempre sentito estraneo, freddo, lontano da sé.
La vita può essere molto dura.

Torno a casa, alla mia vita. Ha smesso di piovere, mi affaccio alla finestra. Da quella accanto fanno capolino dei gerani. Benvenuti, stasera. Siete una sorpresa. Un guizzo di colore, di gioia.

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E andando nel sole che abbaglia…

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

Amo questi versi e spesso si affacciano alla memoria, traghettati da stati d’animo che con loro risuonano. Mi colpisce, però, che gli stati d’animo che richiamano quei versi possano essere anche piuttosto diversi.
A volte risuonano con la stanchezza, la fatica, il confrontarsi con i soliti problemi; a volte sanno più di tristezza, di umore nero, di malinconica consapevolezza… Altre ancora di quieta consapevolezza, di compassione per tutti gli esseri umani che si danno da fare per vivere, che si arrabattano con gli strumenti che hanno e che cercano.
Siamo nati per vivere, e non necessariamente per essere felici. Spesso la ricerca della felicità rende infelici e frustrati, mentre il dir di sì alla vita dona vita. Ricca, complessa, piena di sfumature.
Quello che mi piace di questi versi è che se da una parte ci trovo il dolore, quel sentimento del mondo un po’ leopardiano -“… Ancor che triste, e che l’affanno duri.”- dall’altra mi arriva anche una dolcezza che quieta, un’accettazione saggia e amorevole della vita.
La muraglia non finisce, né finiscono i cocci aguzzi, ma c’è un cielo al di sopra, c’è un sole che fa il suo corso, ci sono la contemplazione e il raccoglimento che danno senso e accolgono le pene.
È un bel sentimento dello stare al mondo.

Vorrei averlo fatto (II)

Aggiungo qualche altra riflessione, anche in risposta ai commenti del post precedente.

Io penso che i rimpianti abbiano più a che fare con un atteggiamento nei confronti della vita piuttosto che con la contabilità delle cose fatte o no.

E’ ben possibile, direi certo, che non si riescano a fare tutte le cose che vorremmo, a realizzare i progetti, i desideri. Ma non è questo che dà rimpianti. Ho l’impressione che questi nascano più che altro dalla difficoltà a dire di sì alla propria vita, ad accettare i limiti, ad ascoltare ciò che è davvero importante per noi stessi. Credo che ci siano più rimpianti quando si è troppo spesso “altrove”, e non nel qui-e-ora.

Siamo qui e vorremmo essere da un’altra parte, in un altro momento, a fare cose diverse. L’ansia di non essere nella vita giusta, nella vita che vorremmo.

E poi, quale vita vorremmo? Un sogno irrealizzabile per scappare da una realtà faticosa? Oppure la vita che davvero avrebbe senso per noi? Sono questioni complesse e l’immagine del film Stalker, citato in un commento al post di ieri, è molto vera. Non siamo sempre così sicuri dei nostri desideri, del nostro ascolto di noi stessi. E allora, quale vita è giusta per noi?

Ricordo che ai tempi del liceo pensavo che la mia vita vera sarebbe iniziata dopo la laurea, col lavoro, una famiglia, dei figli: nel mezzo, tempo sospeso in attesa di qualcosa di meglio. Ma poi, quante persone pensano che la loro vita vera inizierà dopo qualcosa: un nuovo lavoro, i figli grandi, la pensione… Così si proietta la vita in un domani certo solo nel proprio immaginario, ma assolutamente incerto nella realtà. E quando il tempo impedisce di raggiungere quell’altrove, ecco i rimpianti, il sentimento di aver mancato cose importanti, il senso di ingiustizia, il sentirsi traditi dalla vita.

Alla fine, il cuore di tutta questa faccenda credo sia l’accettazione. Accettare di fare ciò che si può, accettare di provare, di sbagliare. Dunque accettare il presente, tenendo a mente la già citata preghiera: “dammi la forza di cambiare ciò che posso cambiare, il coraggio di accettare quel che non posso cambiare, e la saggezza per cogliere la differenza”.

Ma anche accettare ciò che si è fatto e ciò che non si è riusciti a fare: accettare il passato, la strada percorsa, perché lì non abbiamo margini di cambiamento. Li abbiamo solo nel presente, in ciò che c’è, così com’è.

Accettare è un percorso, tutt’altro che passivo e rassegnato. Accettare è dire di sì alla vita, facendo ciò che possiamo, finché possiamo. E quando non potremo più, dovremo accettare ciò che sarà stato, perché non poteva essere diverso; accettare la nostra storia, il nostro percorso. E magari dovremo anche cercare di perdonarci.