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Un attimo di pausa

Settimane di lavoro intenso, weekend passati a fare slides per due corsi che dovrò tenere, diciamo che sono stanca. Ho poco tempo per il blog, anche solo per leggere i vostri post o commentare, e poco spazio interiore per scendere al di sotto del quotidiano indaffarato.
Mi dispiace e ne sento la mancanza, ma va così. Perlomeno domani inizia il primo corso, e spero che l’ansia cominci a placarsi. Ho comunque davanti due mesi di fuoco, e ho bisogno al più presto di riprendere in mano la macchina fotografica e un libro che non riguardi i corsi.
Nel frattempo….
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Primo settembre

Lunedì, inizio settimana. E pure inizio mese. Settembre, praticamente il vero inizio d’anno.
Stamane, al suono della sveglia, si sono presentati –tutti insieme e, soprattutto, non richiesti- tutti gli impegni e le questioni aperte da qui a Natale.
Quel che si dice un buon risveglio, accidenti.
C’è di buono che una volta vestita e affacciata al mondo reale, sorseggiando un buon caffè dopo una piacevole colazione, la salita con panorama Everest da scalare si era di molto ridimensionata, e l’agenda si era ritirata al 1^ settembre, assolutamente affrontabile.
Certo che anche il cielo, stamattina, ha dato il suo contributo curioso: sprazzi di azzurro limpido e terso da una parte, e dall’altra nuvole grigie, appena coprenti, con tanto di nebbiolina: paesaggio tipicamente autunnale. Settembre e ottobre si guardavano da un lato all’altro della strada. Anche il cielo oggi rispecchiava stati d’animo contrastanti.
Poi, aggiungiamo pure la città che si sta ripopolando. Dopo un mese di quiete, in cui pensi quanto sarebbe bello che la città fosse sempre così, tornare a vedere il traffico, la via di casa con tutti i parcheggi occupati, fa un po’ effetto invasione. Passerà. Mi riabituerò. La fatica è più nel passaggio, poi si riprende il passo, si rompe il fiato, e si va.
E ora che questa prima giornata di settembre si avvia alla conclusione, posso godermi il piacere di essere a settembre, uno dei mesi che più amo. Stasera, nella quiete, i progetti non mostrano più solo il volto dell’ansia ma anche il fermento, l’interesse, la voglia di fare, di sentirsi in movimento.
La quiete agostana, seppur lavorativa, ha ceduto il passo ai cammini autunnali, più impegnativi e stimolanti. E va bene così.

Vorrei averlo fatto (II)

Aggiungo qualche altra riflessione, anche in risposta ai commenti del post precedente.

Io penso che i rimpianti abbiano più a che fare con un atteggiamento nei confronti della vita piuttosto che con la contabilità delle cose fatte o no.

E’ ben possibile, direi certo, che non si riescano a fare tutte le cose che vorremmo, a realizzare i progetti, i desideri. Ma non è questo che dà rimpianti. Ho l’impressione che questi nascano più che altro dalla difficoltà a dire di sì alla propria vita, ad accettare i limiti, ad ascoltare ciò che è davvero importante per noi stessi. Credo che ci siano più rimpianti quando si è troppo spesso “altrove”, e non nel qui-e-ora.

Siamo qui e vorremmo essere da un’altra parte, in un altro momento, a fare cose diverse. L’ansia di non essere nella vita giusta, nella vita che vorremmo.

E poi, quale vita vorremmo? Un sogno irrealizzabile per scappare da una realtà faticosa? Oppure la vita che davvero avrebbe senso per noi? Sono questioni complesse e l’immagine del film Stalker, citato in un commento al post di ieri, è molto vera. Non siamo sempre così sicuri dei nostri desideri, del nostro ascolto di noi stessi. E allora, quale vita è giusta per noi?

Ricordo che ai tempi del liceo pensavo che la mia vita vera sarebbe iniziata dopo la laurea, col lavoro, una famiglia, dei figli: nel mezzo, tempo sospeso in attesa di qualcosa di meglio. Ma poi, quante persone pensano che la loro vita vera inizierà dopo qualcosa: un nuovo lavoro, i figli grandi, la pensione… Così si proietta la vita in un domani certo solo nel proprio immaginario, ma assolutamente incerto nella realtà. E quando il tempo impedisce di raggiungere quell’altrove, ecco i rimpianti, il sentimento di aver mancato cose importanti, il senso di ingiustizia, il sentirsi traditi dalla vita.

Alla fine, il cuore di tutta questa faccenda credo sia l’accettazione. Accettare di fare ciò che si può, accettare di provare, di sbagliare. Dunque accettare il presente, tenendo a mente la già citata preghiera: “dammi la forza di cambiare ciò che posso cambiare, il coraggio di accettare quel che non posso cambiare, e la saggezza per cogliere la differenza”.

Ma anche accettare ciò che si è fatto e ciò che non si è riusciti a fare: accettare il passato, la strada percorsa, perché lì non abbiamo margini di cambiamento. Li abbiamo solo nel presente, in ciò che c’è, così com’è.

Accettare è un percorso, tutt’altro che passivo e rassegnato. Accettare è dire di sì alla vita, facendo ciò che possiamo, finché possiamo. E quando non potremo più, dovremo accettare ciò che sarà stato, perché non poteva essere diverso; accettare la nostra storia, il nostro percorso. E magari dovremo anche cercare di perdonarci.