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Sculture di vita

Siamo scolpiti dalla vita: non è facile accettare l’opera che compie con noi: spesso ci aggrappiamo a ciò che ci viene sfilato, lentamente o violentemente, resistendo fino all’impossibile.
Non ci arrendiamo, anche quando dovremmo.
La vita va di scalpello, leva materia, smussa… Piega i nostri desideri, le nostre aspettative, i progetti. Non penso certo che faccia ciò con una qualche forma di volontà o fine. Semplicemente accade. Il resto del lavoro è nostro: far sì che quei tagli, quelle ferite si compongano in una forma, la nostra.
Ascolto questa donna che non vuole mollare, ostinata, ciò che -di fatto- le causa più dolore che benessere. Paga un prezzo molto alto per questo, interessi esorbitanti per un capitale minimo.
Spesso facciamo investimenti sbagliati: mettiamo energie dove dovremmo toglierle, e non ne mettiamo là dove avrebbe più senso metterne.
Come recita la preghiera di Tommaso Moro: “Che io possa avere la forza di cambiare le cose che posso cambiare, la pazienza di accettare quelle che non posso cambiare e la saggezza per cogliere la differenza.”
Mica facile capire quando arrendersi.
Eppure, a volte, è l’unica strada possibile e costruttiva. Accettare che la vita ti sta portando su strade che non avevi nessuna intenzione di percorrere, ma che non puoi evitare. Arrendersi significa camminare su quella strada non desiderata ma obbligata, e da lì fare il possibile.
Arrendersi vuol dire smettere di pestare i piedi per terra, arrabbiati o tristi che si sia.
Arrendersi è un accadimento interiore, un dir di sì alla vita per come è e non per come vorremmo che fosse. Da lì parte il cammino.
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L’esperienza del dolore

Leggo in un libro di R. Siegel, uno psicologo americano: “la maggior parte della sofferenza psicologica deriva dal tentativo di evitare la sofferenza stessa.”

Concordo. Cerchiamo la felicità, vorremmo stare sempre bene, e dato che questo non accade nei tempi e nei modi desiderati, pensiamo che la nostra vita sia sbagliata, che dovremmo fare altro, che se cambiassimo lavoro, città, marito o moglie, saremmo felici. Per poi scoprire che le nostre inquietudini ci seguono nonostante i cambiamenti.

Ho passato anni inseguendo il futuro e un altrove. E in fondo è una tendenza naturale con la quale facciamo i conti -credo- per tutta la vita.

Però i veri momenti di felicità li provo quando mi arrendo al qui e ora. Quell’esperienza ha un sapore speciale, diverso dalla felicità che ti arriva per eventi esterni. È più intima, riverbera nel profondo.

E la stessa resa vale per i periodi di sofferenza. Arrendersi non significa subire passivamente, lasciar andare, rassegnarsi. Vuol dire non fuggire nelle fantasie di periodi migliori ma stare e affrontare quel che c’è, senza smanie. Quando sono riuscita a far questo, a fermarmi nel qui e ora doloroso, quel dolore si è allentato, e allentandosi mi ha consentito di vedere più lucidamente il da farsi.

Anni fa mi sono separata dal mio ex marito. È stato un dolore lacerante, ma mi ha fatto fare l’esperienza di cui sto parlando. Passavano i giorni, i mesi, e il dolore era sempre lì: lo ritrovavo la mattina quando aprivo gli occhi, mi accompagnava nella giornata ed era ancora lì quando andavo a dormire. Ho imparato a starci dentro, a conviverci senza ribellione. Facevo quel che dovevo, sapendo che non sarei stata bene per un po’ , che dovevo solo vivere giorno per giorno. Ho scritto moltissimo, e il computer è stato il mio compagno fidato.

Quello “stare” è stata una svolta esistenziale.

Finché mi sono ribellata, mi sono agitata in tutte le direzioni come quando si finisce in acqua non sapendo nuotare: ci si dibatte con enorme fatica e scarsi risultati. Quando invece ho smesso di agitarmi, sono rimasta a galla e ho cominciato a nuotare.

Allora ho cominciato a comprendere questi versi di Rilke, della decima elegia duinese: “…Noi che sprechiamo i dolori./ Come li affrettiamo mentre essi tristi, durano, / a vedere se finiscono, forse. E sono invece / la fronda del nostro inverno, il nostro sempreverde cupo / uno dei tempi dell’anno segreto, ma non solo / tempo, – son luogo, sede, campo, suolo, dimora.”

Amo questi versi. “Noi che sprechiamo i dolori…”

Certo non andiamo a cercarli, ma quando arrivano, possiamo farne qualcosa, farli diventare vita e non un’apnea in attesa della vera vita che dovrà arrivare. (Il deserto dei tartari di Buzzati insegna).

E ancora, la mia amata Etty Hillesum: “Il dolore ha sempre preteso il suo posto e i suoi diritti, in una forma o nell’altra. Quel che conta è il modo con cui lo si sopporta, e se si è in grado di integrarlo nella propria vita e, insieme, di accettare ugualmente la vita.”

 

 

Arrendersi alla vita (II parte)

Succede che la vita ci porti in luoghi interiori che non avremmo mai voluto incontrare, men che meno abitare.

Invece, regolarmente, ci arriviamo. Le nostre paure si avverano. Resistiamo con forza. Fino al crack.

Da lì inizia la salvezza. Quando sei a terra e non hai più scappatoie, quando hai esaurito le energie di fuga e ti arrendi, lì la crisi dà i suoi frutti.

Vedi gli errori, le responsabilità, quel che hai fatto nel bene e nel male: la chiarezza della verità, del non contarsela. E questo fa stare meglio. Dà solidità su cui stare.

La verità è salute psicologica, e in fondo è benessere, anche quando sei ancora nelle difficoltà.

Ancora una volta provo sulla mia pelle quanto la serenità e il benessere stiano nel coraggio di dirsi la verità, di affrontare quel che c’è da affrontare, mentre la fuga, il rimandare, il contarsela, alimentano i fantasmi interiori.

Fuggiamo dalle realtà sgradevoli per cercare di star bene e troviamo ansia, paura, instabilità. Ci arrendiamo alla verità e al malessere e troviamo pienezza di vita e stabilità interiore.

Arrendersi alla vita

Arrendersi è complicato.

Bisogna mollare là dove cerchiamo di rimanere aggrappati e tener duro là dove vorremmo mollare.

E’ importante cercare di far qualcosa delle crisi che viviamo, dei momenti difficili. Non devono passare invano, senza lasciare insegnamenti, trasformazioni. In questo senso bisogna trovare le energie per non scoraggiarsi, per essere concentrati e focalizzati: bisogna camminare, andare avanti raccogliendo forze finalizzate.

Nei momenti di crisi spesso cerchiamo la fuga, vorremmo non pensare e poter solo alleggerire il carico. Ci diciamo che siamo stanchi, che dobbiamo pur riposare. Ma se il riposo è una fuga, e non un autentico bisogno di fermarsi, il risultato è uno stato d’animo depresso, e per nulla riposante. Non è una strada percorribile.

Bisogna arrendersi a quel che c’è. Al malessere, alla stanchezza, alla preoccupazione. Se la strada ora passa da lì, dirselo e accettarlo fa stare meglio. C’è quel che c’è, è il motto.

Ciò che produce malessere è la voglia di fuga, di scrollarsi di dosso il fardello. Ciò che produce benessere è il piano di realtà, starci dentro, affrontarlo.

Dunque mollare, e tener duro.

Come quella preghiera: “Mio Dio, dammi la forza di accettare quel che non posso cambiare, il coraggio di cambiare quel che posso cambiare, e la saggezza per cogliere la differenza.”