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Sguardi gentili

I festeggiamenti per Capodanno sono come l’innamoramento: ti aiutano a reggere la fatica di un nuovo incontro, anestetizzano la paura dell’ignoto. Così, euforici o festanti, ci avviamo verso la conoscenza del compagno di viaggio o dell’anno appena arrivato.
In ogni caso, cerchiamo compagnia. Cerchiamo di non essere soli, cerchiamo di affrontare la vita scaldandoci al calore di qualche affetto. L’amore, in qualunque forma si presenti, è l’ossigeno che ci tiene in vita, che ci nutre, ci consola.
Stamattina ho in testa una frase -di ignota provenienza- che ho visto circolare spesso su Facebook. Dice più o meno così: ” quando incontri una persona, sii gentile con lei. Dietro, c’è sempre una storia che non conosci”.
Ecco, mi piace pensare che si possano gettare nel mondo semi di gentilezza. Ne abbiamo bisogno tutti. Abbiamo bisogno di incontrare sguardi benevoli, di incrociare gesti quieti e non aggressivi. La vita è difficile, non ce la possiamo fare da soli. Ogni scambio di calore, ogni sorriso, ogni gesto gentile è una boccata d’ossigeno, un sostegno, una consolazione. Anche quando arriva da uno sconosciuto incrociato sul tram.
Non è vero che un sorriso costa poco. Ci sono giorni in cui costa molto: richiede di uscire da se stessi, dai propri pensieri, dai propri stati d’animo; richiede lo sforzo di guardare un altro essere umano con interesse. È più facile essere nervosi, indifferenti, arrabbiati.
Eppure, la gentilezza è una medicina che cura anche i nostri animi feriti, molto più dello sfogo di rabbia.
Allora, quest’anno auguro a tutti gesti gentili, da donare, da ricevere.

Il nostro bisogno di consolazione

Torno a casa nell’aria fresca, sotto un cielo terso blu cobalto che si avvia verso il blu oltremare. Scendo dall’autobus un paio di fermate prima della mia per fare due passi e lasciar decantare la giornata. Mi prendo un po’ di tempo per godermi il cielo.
Cammino piano, e lascio entrare le sensazioni.
Un barista fuma la sua sigaretta appoggiato al muro con lo sguardo immerso nei fatti suoi, ragazze in minigonna si avviano allegre verso la loro serata, un uomo con la cravatta allentata e l’aria stanca cammina facendo dondolare la sua borsa e forse anche i pensieri.
Ci incrociamo per un attimo, passanti sconosciuti.
Cammino e respiro, e ad ogni passo un pezzetto di fatica rimane sul marciapiede alle mie spalle. Perché oggi è stata una giornata un po’ storta, arrivata così, senza un motivo preciso, senza una causa scatenante. Succede. Succede che un giorno ti senti triste, stanca e sconfortata.
Improvvisamente, da dietro le quinte del teatro dell’anima, sale alla ribalta una bambina sconsolata che tira su col naso e siede rannicchiata in mezzo al palcoscenico, la testa tra le ginocchia. Capita così, che esce lei cogliendo alla sprovvista tutti gli altri personaggi, che rimangono interdetti dietro le quinte, non sapendo bene che fare.
Ecco, quella bambina sta lì, occupando tutta la scena. Vuole solo essere consolata. Nient’altro. Sa bene che i problemi si affronteranno, non è per questo che è triste. Vuole solo avere il diritto di mollare, di sentirsi quel che è, vulnerabile, bisognosa.
Sta lì. Dietro le quinte gli altri personaggi sanno che la devono lasciar stare, che per un po’ la scena è solo sua. Finché dal pubblico qualcuno si muove e si avvicina, le chiede perché piangi, perché sei triste, cosa succede…
Ecco, basta questo. La bambina non vuole risposte o riflessioni. Per quelle ci sono altri più grandi di lei. Lei vuole sfogarsi, vuole qualcuno che la ascolti, vuole solo essere consolata. Mica con parole speciali, solo col calore dell’affetto.
Sono fortunata e ricca, perché quel calore mi arriva da più parti.
Quel calore fa alzare la bambina, che rasserenata se ne torna dietro le quinte, lasciando libero il palco per altri personaggi, che ora possono nuovamente uscire.
Abbiamo spesso paura delle nostre parti infantili, fragili, vulnerabili. In fondo siamo adulti, che diamine!
Certo, siamo adulti. Ma se non lasciamo un po’ di spazio a quelle parti, loro si mettono di traverso dietro le quinte, fanno lo sgambetto a chi deve entrare in scena, danno la spinta e gettano sulla ribalta chi non doveva entrare. Intralciano, scombinano.
Sono adulta, e per carattere e mestiere sono più abituata ad accogliere, ascoltare, cercare di consolare. Trovo in me la stessa resistenza che trovo in altri adulti, forti, abituati a tirarsi su le maniche, ad affrontare ciò che c’è; trovo in me le stesse parole d’ordine: resisti, tieni duro… Ma il fatto è che bisogna offrire un tributo a tutti gli dei e a tutti i demoni che ci abitano. Anche a quelli (dei? demoni?) della debolezza e della vulnerabilità.
Solo così ci lasciano liberi.
Torno a casa rasserenata.