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Dare parola

“Sono proprio depresso.” Inizia così una conversazione che finirà poi per portarci in lande molto diverse da quelle inizialmente dichiarate. Il fatto è che la parola depressione è spesso così abusata che ha finito per perdere il suo reale significato: dietro quell’affermazione, vivono stati d’animo molto diversi. E, per l’appunto, stati d’animo, non sintomi di malattia, quale è la depressione.
È invece molto importante riuscire a dare nomi più precisi alle nostre emozioni: essere tristi non è come essere sconfortati. Essere malinconici, nostalgici, afflitti, demoralizzati, infelici, oppressi, avviliti, non è la stessa cosa. Raccontano sfumature diverse.
Non è solo una questione semantica. E’ come noi ci raccontiamo la nostra storia. E’ come sappiamo rappresentarci le sfumature dei nostri vissuti. Fa molta differenza vedere un’immagine dai toni netti o la stessa con le diverse tonalità e gradazioni, anche solo di bianco e nero.
Ecco, quella diversità cambia profondamente i nostri stessi vissuti e il significato che diamo loro.
Dirci che siamo depressi appiattisce l’immagine. Non aggiunge informazioni. Rimaniamo al buio, indifferenziato, senza contorni che costruiscano confini e forme. È un racconto pressoché muto.
Bisogna allora affinare la percezione, l’ascolto.
Parole: malumore, mestizia, scontentezza, angoscia, amarezza, abbattimento, delusione, costernazione, dolore, pesantezza, disperazione, grevità, dispiacere, disillusione, noia, tedio, inquietudine, rammarico, rincrescimento, tormento…
La sfumatura dà senso a ciò che vivo. Mi aiuta a capire, a definire, e ciò facendo, trasforma lo stesso stato d’animo. Quando ho trovato le parole giuste, queste diventano sentiero: linea che scorre e traccia il percorso.
Appiattire il linguaggio appiattisce la nostra storia. Arricchirlo, arricchisce la nostra vita.