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In nessun dove ci sarà mondo se non in noi

Ci sono giorni in cui penso alle rose che non posso cogliere, e un po’ mi dispiace. Tutti noi abbiamo quelle rose, ovunque siamo nelle nostre vite. Rose che non possiamo cogliere per limiti economici, di salute, di lavoro o altro ancora.
In fondo, è la condizione umana: desiderare l’oltre confine è una molla che spinge l’evoluzione ma che può anche avvelenare la vita. Abbiamo sempre desideri irrealizzabili, e andar dietro a quei sogni spesso rischia di portarci nel regno dell’impossibilità e della frustrazione e ci fa sentire con più o meno dolore, a volte con rabbia, la linea di confine contro la quale sbattiamo.
A volte quelle linee di confine si spostano, altre volte no. Qualche rosa impossibile diventa possibile, altre rimangono lontane. Ma per quanto possiamo andare oltre, altri confini ci aspetteranno.
Così, talvolta occorre fermarsi.

“In nessun dove, amata, ci sarà mondo se non in noi.
La nostra vita scorre trasmutando. E quel ch’è fuori di noi
svanisce in forme sempre più meschine. ”
Rilke, Settima Elegia duinese

Ecco. In nessun dove ci sarà mondo se non in noi.
La vita è qui e ora, con quel che c’è, così com’è.
Sentire di avere in me il mio mondo mi fa star bene, ferma la corsa. Il che non significa stasi, solo godere di ciò che c’è e fare ciò che si può. Così quel che c’è torna ad essere luogo ricco e pieno di vita. La mia unica e irripetibile vita.
In nessun dove ci sarà mondo se non in noi.

Il muro

Torno a casa e ho in mente un racconto di Solzenicyn che ho molto amato: “Una giornata di Ivan Denisovic”. Vita in un campo di lavoro in Siberia.
Quel racconto mi è caro per un episodio che viene raccontato. Vado a memoria, perché non ritrovo più il libro, e sono passati molti anni da quando l’ho letto…

I prigionieri devono costruire un muro che non serve a nulla, e che è già stato iniziato da qualcuno, in malo modo. Si mettono a tirarlo su bene, e alla fine della giornata, quando è ora di far ritorno al campo, è rimasta ancora molta calcina, che il protagonista non vuole sciupare. Così si dà da fare per finire la calcina e portare avanti il muro nel modo migliore possibile. E alla fine è soddisfatto della sua giornata, che è passata velocemente, quasi troppo in fretta perché a quel lavoro ci aveva preso gusto.

Ecco, quel muro inutile tirato su alla perfezione è un’immagine bellissima e commovente.
Mi ha sempre parlato del fare al meglio ciò che possiamo e dobbiamo fare. Mettendoci del nostro. Questo spazio di assunzione di responsabilità individuale è uno spazio di libertà.

La vita ci mette in tante situazioni in cui non vorremmo mai ritrovarci; ci costringe in confini e limiti che ci fanno soffrire. Però, lì, in quegli spazi che sembra non ci appartengano, possiamo provare a mettere qualcosa di nostro, qualcosa che sia il nostro impegno possibile, ciò che riusciamo davvero a fare.

Perché la differenza tra sentirsi vittime e sentirsi individui liberi sta proprio lì, in quello spazio di assunzione di responsabilità, dove ciascuno sceglie di dire di sì alla vita. Come può, con quel che ha, con quel che c’è.

Ora sono qui a scrivere e penso al pezzetto di muro tirato su oggi.

Penso alla signora che si è sempre mostrata forte e che in lacrime mi dice che è proprio stanca, che non ce la fa più; penso all’uomo sdraiato supino in un letto, ancora inconsapevole che dal collo in giù ciò che non muove non si muoverà più, che mi parla della musica che ama, e che per passare il tempo segue spartiti sul soffitto, e lì compone musiche che un giorno -crede-tornerà a suonare.

Il mio muro è fatto di parole, ascoltate e dette. Non è sempre dritto come dovrebbe, o come potrebbe essere. Ci sono giorni in cui è più difficile essere “centrata”, giorni in cui la mente e il cuore sono un po’ altrove, e faticano a rientrare lì. Anche questo è muro.

E domani, sarà un altro giorno, altri mattoni, altra calcina a tenerli su.

Le nostre vite incompiute

Prigione che si risveglia

Oggi ripensavo a questa statua di Michelangelo. Ne avevo già scritto in una pagina (Perché scrivere 2), ma ci torno perché è un’immagine a cui penso spesso. Mi commuove, come le vite di noi esseri umani. Fatiche, sofferenze, gioie, sbozzano la nostra pietra. Quanto lavoro per trovare noi stessi, per dar senso alla nostra vita!

Come il torchio di cui parla sant’Agostino, la vita ci spreme e tira fuori olio e morchia. Senza la pressione della vita non tireremmo fuori i nostri talenti, e neanche la nostra morchia.

Mi commuove quella fatica. Guardo le nostre vite, ciò che riusciamo a far emergere dalla pietra che le tiene prigioniere, e penso che siano fiori che sbocciano, formiche che trasportano il cibo conquistato e che pesa molto più di loro, albe che emergono dalla notte, tramonti che -esausti- si rituffano nel buio.

Noi siamo ancora qualcosa di diverso, e possiamo influire sul nostro destino, abbiamo voce in capitolo sulle nostre storie. Non siamo così liberi come ci piace credere. La nostra storia, i nostri imprinting emotivi, le nostre esperienze precoci condizionano pesantemente i nostri passi nel mondo. Ripercorriamo strade usurate, ripetiamo il passato nel presente.

Siamo lì, dentro la pietra che blocca il nostro divenire. Siamo forme potenziali, che lottano per uscire, per dispiegarsi. Il levare è doloroso, ma dà forma, e noi siamo lì, a faticare per esprimere e liberare ciò che siamo. Per scoprirlo, perché finché siamo dentro non sappiamo bene chi siamo, non conosciamo i nostri confini. Possiamo illuderci di averli più grandi, temiamo che siano più piccoli, oscilliamo tra sopra e sottovalutazione. Finché il levare dello scalpello tira fuori forme più definite, e che per tutta la durata della vita potranno ancora essere levigate, sempre di più, modificate, distrutte.

Ci dobbiamo prendere cura dell’opera che è la nostra vita. Ce ne prendiamo cura come possiamo, e anche questo è commovente.

Guardo le vite intorno a me e vedo tanti individui che cercano di uscire dalle loro pietre: chi lotta, chi sta fermo, chi distrugge… Ma ogni spazio di libertà conquistata, è vita coraggiosa che cresce, che trova se stessa, che dà testimonianza di sé e, così facendo, aiuta altre vite a trovarsi, a provarci.

Con amore, sosteniamo le nostre e le altrui battaglie. Con profondo rispetto, accolgo in me le opere incompiute che siamo.

Trasformazioni

“L’incontro di due personalità è come il contatto fra due sostanze chimiche: se c’è reazione, entrambe si trasformano.” C.G. Jung

Questa è la bellezza delle relazioni, e della vita. E, ovviamente, è anche una gran fatica, fonte di dolore e di frustrazioni.

Incontrare profondamente un altro è uno scombussolamento: non solo in amore, ma in tutte le possibili relazioni. L’altro tocca i miei confini, i miei limiti; tocca le corde dolenti della mia storia, del mio passato, tocca le corde vibranti del mio presente. E un tocco, anche se amorevole, può risultare talvolta troppo forte, scuotere nel profondo, raggiungere ferite e desideri.

Benedetto innamoramento! Senza di lui, senza la sua forza potentemente trainante, rinunceremmo subito all’impresa di avventurarci nel mondo sconosciuto che è l’altro… E, soprattutto, alzeremmo alti steccati per impedire che l’altro si avventuri nel nostro. Ma anche maledetto innamoramento, che ci travolge e offusca la vista.

Siamo terreni dissodati dalle esperienze vissute, seminati di piante e fiori, alcuni in pieno rigoglio, altri in boccio, altri abortiti o ripiegati in sé; abbiamo la nostra gramigna che infesta il terreno ed erbacce che soffocano la crescita di fiori delicati.

L’altro entra nel nostro giardino e comincia il lavoro: pota, taglia, rompe, innaffia, cura, semina, nutre… e il giardino non è più lo stesso. Può essere un inferno o un dono prezioso. Ma può essere anche un’occasione per compiere un viaggio in se stessi, per lasciare che lo scombussolamento che l’altro ci crea ci guidi in meandri dell’anima che hanno bisogno di attenzione, di essere visti, conosciuti, amati, perdonati, curati.

Incontriamo spazi di fragilità, nervi scoperti, pelle sottile. Ci esponiamo con timore, con fiducia, con speranza. A volte la pelle troppo sottile percepisce il tocco dell’altro come dolore, così tende a ritrarsi, a difendersi nei modi consueti. Ci vogliono pazienza, amore, tempo, dialogo. Sono le condizioni perché un sano viaggio possa continuare. Ogni viaggio ha le sue fatiche, i suoi rischi, i sacrifici necessari. Ma la vista che si apre sui nuovi orizzonti!… Quella, sì, è una delle cose che dà senso alla vita.