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E’ un diritto la felicità?

Sarà perché sono stanca, perché l’anno di lavoro si fa sentire, perché ho le mie preoccupazioni e non sono felice… Niente di drammatico, fortunatamente. Però mi capita sempre più spesso di innervosirmi di fronte a frasi tipo: “il diritto alla felicità”, “lo scopo della vita è essere felici”, “come essere ottimisti e vivere una vita felice” e così via.
Non ho nulla contro la felicità, ci mancherebbe. Ma in questa tensione univoca alla felicità avverto una trappola, e mi viene da fare l’avvocato del diavolo, da sostenere il principio opposto. Non perché credo che la vita sia solo sofferenza, ma così, per riportare un po’ di equilibrio: come su una barca a vela, mi butto a far peso dall’altra parte, per non scuffiare.
Stiamo vivendo tempi difficili, la crisi economica ha conseguenze pesanti sulla vita delle persone. Nel normale quotidiano di molta gente questo comporta ansie, paure, difficoltà, problemi. Comporta risvegli nel cuore della notte con proiezione sul soffitto di film catastrofici, comporta vergogna di parlare delle difficoltà, senso di solitudine, isolamento anche dai propri cari; comporta scontrarsi con limiti sempre più stretti, con la paura di non farcela, la paura di perdere magari anche la casa e ciò che si è messo da parte in anni di lavoro. Poi ci sono le malattie, che arrivano quando arrivano.
Ovvio che sto dando un quadro parziale e univoco, ma quel quadro quanta parte occupa nelle nostre vite e in quelle dei nostri amici, dei nostri vicini di casa o colleghi di lavoro? Se l’accento è troppo sulla felicità, dove stanno i periodi di vita dolente e faticosa?
Quel che voglio dire è che il messaggio sulla felicità mi sembra sbagliato.
A me fa bene pensare che l’accento stia nella vita, nella ricerca di senso che comprende gioie e dolori, e non scarta nulla di ciò che mi accade.
Se mi sento triste e sconfortata, che faccio? Già sto male, mi devo pure sentire incapace di essere felice? Che l’infelicità dipende da me?
So bene che sono discorsi complessi, e ora qui sto semplificando.
Ma se solo la felicità fosse lo scopo della vita, quanta vita dovremmo mettere tra parentesi? Che bilancio sarebbe? Cosa dovrebbero dire della propria vita le persone malate?
Io credo che sia importante dare testimonianza di senso, ovunque la vita ci porti. Attraverso esperienze di felicità e di dolore.
Io credo che lo scopo della vita sia viverla, e che ogni momento sia significativo. Credo nella ricerca dell’equilibrio tra terrore e meraviglia, gioia e dolore, bene e male. Equilibri dinamici, mai stabili. Questo mi aiuta, mi fa sentire nella vita, mai fuori. Questo a volte mi ha dato momenti di felicità anche nelle difficoltà, e comunque mi fa vivere meglio.

“Getta dalle tue braccia il vuoto
agli spazi che respiriamo; forse gli uccelli
nell’aria più vasta, voleranno più intimi voli.”
Rilke, Prima elegia duinese

Gettiamo al cielo gioie e dolori: che ricadano nella terra come semi a rigenerare la vita.

Come quando sei triste a Natale, ovvero l’umore ai tempi della crisi.

Oggi sfoglio il giornale e provo fastidio di fronte a pubblicità che reclamizzano prodotti inaccessibili alla maggior parte della gente, ad articoli su dove passare il weekend a prezzi ancor più inaccessibili, a foto di modelle troppo magre, dagli sguardi vuoti, con abiti che sulla maggior parte delle donne starebbero malissimo.

Provo fastidio perché ho appena letto pagine che raccontano la crisi, i suicidi per problemi economici, le difficoltà della gente comune, il dolore di chi ha perduto persone care sotto le macerie di un terremoto.

Non sono una bacchettona, non penso che dovremmo cospargerci tutti il capo di cenere e bandire qualunque leggerezza, però troppo scollamento dalla realtà vissuta dai più è francamente fastidioso.

Con questo non voglio dire che i giornali non dovrebbero pubblicare certe notizie o pubblicità. Dico solo che non sono io in sintonia. Come quando sei triste a Natale. Sei contornato da luci, pacchetti colorati, famiglie sorridenti e festanti che escono dagli spot pubblicitari, decorazioni luccicanti, e tu sei altrove. Tutta quella festa non ti appartiene. Mica vorresti eliminare il Natale per gli altri. Solo che tu non sei lì. Solo che vorresti rispetto e attenzione anche per il lato d’ombra della luce.

Ecco, oggi sono raccolta in me e in sintonia con le fatiche umane. Con chi lotta per provare a salvare la propria azienda dal fallimento, con chi lotta per alzarsi dalla sedia a rotelle, con chi lotta per far quadrare l’impossibile bilancio familiare.

Mi sento ruvida e sgarbata (interiormente) verso la signora con evidenti passaggi di chirurgia estetica sul viso che vicino a me in palestra racconta delle 2 ore passate a fare Gag (gambe-addome-glutei) perché vuole essere uno schianto quest’estate. Non dico nulla, ovviamente; manco la conosco, però penso che dovrebbe impiegare meglio il suo tempo, e arrendersi all’implacabile passaggio del tempo sul suo corpo.
Sono giudicante, lo so. Ma stamattina va così, non mi sento affatto tollerante. Oggi risuono con l’umore al tempo della crisi, con l’umore al tempo del dolore.

Arrendersi alla vita

Arrendersi è complicato.

Bisogna mollare là dove cerchiamo di rimanere aggrappati e tener duro là dove vorremmo mollare.

E’ importante cercare di far qualcosa delle crisi che viviamo, dei momenti difficili. Non devono passare invano, senza lasciare insegnamenti, trasformazioni. In questo senso bisogna trovare le energie per non scoraggiarsi, per essere concentrati e focalizzati: bisogna camminare, andare avanti raccogliendo forze finalizzate.

Nei momenti di crisi spesso cerchiamo la fuga, vorremmo non pensare e poter solo alleggerire il carico. Ci diciamo che siamo stanchi, che dobbiamo pur riposare. Ma se il riposo è una fuga, e non un autentico bisogno di fermarsi, il risultato è uno stato d’animo depresso, e per nulla riposante. Non è una strada percorribile.

Bisogna arrendersi a quel che c’è. Al malessere, alla stanchezza, alla preoccupazione. Se la strada ora passa da lì, dirselo e accettarlo fa stare meglio. C’è quel che c’è, è il motto.

Ciò che produce malessere è la voglia di fuga, di scrollarsi di dosso il fardello. Ciò che produce benessere è il piano di realtà, starci dentro, affrontarlo.

Dunque mollare, e tener duro.

Come quella preghiera: “Mio Dio, dammi la forza di accettare quel che non posso cambiare, il coraggio di cambiare quel che posso cambiare, e la saggezza per cogliere la differenza.”