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Deriva dei continenti e bastioni di Orione

Ieri, mentre facevo colazione, ho visto un pezzo di documentario sulla deriva dei continenti.
Pensare alla vita in termini di millenni mi fa sempre effetto. Immagino i terremoti, gli tsunami, le esplosioni vulcaniche che hanno stravolto la Terra: mondi distrutti e scomparsi, e mondi che da quegli sconvolgimenti sono nati.
Penso a quegli eventi anche come metafora delle nostre vite. Arrivano onde che ci travolgono, che si portano via ciò che era importante per noi, che si portano via anche gli affetti. E altre onde che portano vita inaspettata.
Mi torna in mente il pluricitato monologo del replicante di Blade Runner:

“Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi:
navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione,
e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser.
E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo,
come lacrime nella pioggia.
È tempo di morire.”

Possiamo anche aver visto i bastioni di Orione, ma un giorno tutto quello che avremo visto, vissuto, scomparirà come lacrime nella pioggia.

Rilke si chiedeva: “…Avrà forse sapore
di noi il cosmico spazio in cui ci dissolviamo? Sarà vero
che gli Angeli
attingono soltanto dal loro, emanato da loro,
o c’è talvolta, come per sbaglio, un po’
d’essere nostro?” (Seconda elegia duinese)

La vita avrà sapore di noi? Che è come dire: avrà avuto senso la nostra vita? Avremo dato il nostro piccolo contributo all’evoluzione della vita sulla Terra?
Penso alla famosa considerazione di Heidegger, espressa in un’intervista: “oramai solo un Dio ci può salvare”.
Io non sono credente, ma quella frase -su di me- risuona come la necessità di uno sguardo più vasto, che trascenda un po’ i confini ristretti del proprio orticello, dei propri interessi personali.
Io sono un momento nel lungo percorso dell’evoluzione. Un giorno scomparirò, tutto il mio mondo scomparirà come lacrime nella pioggia. A quel punto, la questione non mi darà più pensiero, non sarò più lì a dolermene. Quel monologo è così struggente perché parla della nostra condizione umana. Parla di noi vivi che pensiamo alla morte.
Sono qui ora, col mondo che è mio e che amo. Immanenza. Qui, faccio quel che posso per dare senso alla mia vita, per farne qualcosa di buono. Qui, cerco di fare qualcosa di buono anche per qualcun altro, per un prossimo che mi è prossimo, che incontro nei momenti personali e professionali della mia vita.
Il presente concreto mi riempie la vita. Poi, alzo lo sguardo verso l’orizzonte, e sento il fluire che mi trascende, e andrà oltre me.
Immanenza, trascendenza. Umano, molto umano. Gioia e pienezza del qui e ora, ricchezza di sensazioni, fatiche, salite. Si vorrebbe tener stretto tutto ciò, ma prima o poi se ne andrà via.
Cammino in equilibrio tra attaccamento e affidamento.
Pensieri ed emozioni si placano nel vivere il presente.
Come scrive Sandro Bartoccioni nel libro già citato “Dall’altra parte”: “La vita è un soffio… come quella delle farfalle che vivono un solo giorno, che importanza può avere se muoiono alle 4 o alle 6 del pomeriggio… l’unica cosa importante è se erano belle e se qualcuno ha potuto godere della loro bellezza.”

Ecco, così.

L’invidia

Su “Mente & Cervello” di maggio leggo un articolo interessante sull’invidia: “Ma quanto è verde l’erba del vicino”.

Che ruolo ha l’invidia nell’evoluzione umana?
“Secondo i ricercatori, il confronto con gli altri ci fornisce informazioni su come possiamo avere la meglio nella competizione malgrado la scarsità delle risorse. Per farlo dovremmo essere in grado di individuare con particolare rapidità gli eventuali vantaggi dei nostri simili”.
Gli autori sostengono che l’invidia è una componente onnipresente del nostro pensiero e dei nostri vissuti, e che ci colpisce in modo automatico: spesso prima ancora che ne siamo diventati consapevoli, abbiamo già preso le misure di un qualche confronto.

E qui viene il bello: “l’invidia è uno stato d’animo che ci spinge a prendere atto della nostra inferiorità e a compensarla”; la strada che prenderemo potrà essere distruttiva, antisociale, oppure costruttiva e volta al miglioramento di sé.

Tempo fa girava una battuta: “Se non riesco a dimagrire, che almeno ingrassino le mie amiche”. Confesso che qualche anno fa, incontrando una donna che non vedevo da tempo, che mi stava particolarmente antipatica, la cui linea un tempo avevo invidiato, e vedendola ingrassata di almeno una decina di chili, ho avuto un moto spontaneo di soddisfazione. Molto poco nobile, ovviamente. Però questo è stato.
A volte l’invidia prende la strada distruttiva dell’abbassare l’altro anziché provare a migliorare se stessi.
Altre volte, invece, l’invidia ci fa capire cosa è importante per noi, cosa desideriamo davvero, e ci spinge a cercarla, a impegnarci per raggiungerla.

Tendiamo a pensare che l’invidia sia un brutto sentimento, lo giudichiamo negativamente, è pure un vizio capitale. Eppure ne siamo tutti toccati, in qualche modo. E allora, invece di colpevolizzarci per poi magari assolverci rapidamente, sarebbe utile comprenderne il senso, il motivo della sua venuta.

E proprio questo è l’aspetto più interessante e meno sottolineato.
A volte entriamo in contatto con i nostri desideri profondi attraverso l’invidia. Quello stato d’animo ci aiuta a capire cosa è importante per noi, perché non è che siamo invidiosi di qualunque cosa ci manchi, ma solo di alcune.

Non tutte le mancanze possono essere colmate, ma di tutte le mancanze che avverto posso fare qualcosa di costruttivo, posso volgerle in ricerca, in compensazioni su piani possibili e comunque significativi.

La nostra vita interiore è ricca di possibilità. Basta non ostinarsi a volere l’impossibile.

“Mio Dio, dammi il coraggio di cambiare ciò che posso cambiare, la forza per accettare ciò che non posso cambiare, e la saggezza per cogliere la differenza”.