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Ferite che non si rimarginano

“Non ho mai capito perché nell’inconscio le ferite non si rimarginano. Quasi tutte le ferite si rimarginano ma nell’inconscio sanguinano tutta la vita.” G.Pontiggia, Nati due volte

La frase è suggestiva e anche in parte vera, però la questione è complessa. In senso più ampio, anche il corpo ha ferite -le malattie-  che continuano a “sanguinare” per tutta la vita: malattie croniche, che non guariscono, che si cerca di curare tenendole più o meno a bada e rallentando il processo, con le quali si cerca di convivere. Così, abbiamo ferite psicologiche che continuano a farci male e che non riusciamo a superare.

Ma il punto è questo: come ci prendiamo cura delle nostre ferite? Con rabbia, rassegnazione, amore? Cerchiamo aiuto? Arrediamo con cura la stanza del nostro dolore? (cito un’espressione di mio marito che ho trovato particolarmente suggestiva) Cerchiamo di negare, minimizzare, fare come se nulla fosse? Ci chiudiamo nel risentimento? Proviamo a far qualcosa?

Il mio lavoro in ospedale è con le persone ferite, fisicamente e psicologicamente. Le loro ferite, anche se in qualche modo si rimarginano, tornano periodicamente a sanguinare. Vedo in loro infiniti modi per far fronte al dolore, e sono convinta che ciascuno faccia quel che può. Vedo persone arrabbiate, ma la cui rabbia è la forza che li aiuta ad andare avanti. Può essere una risorsa, anche se con molte controindicazioni. Altri rinunciano, si ripiegano su se stessi, altri provano ad accettare, a vivere con quel che hanno, con le abilità -fisiche e psicologiche- che riescono a mettere in campo.

Ognuno ha un suo percorso, non esistono certo ricette buone per tutti né decaloghi miracolosi per raggiungere la beatitudine. Però credo profondamente che del nostro dolore dobbiamo fare qualcosa. E’ vita, non una parentesi da superare. Non è un’etichetta che racchiude una diagnosi. Siamo noi, è il nostro percorso.

Il nostro cammino è fatto anche del modo in cui ci prendiamo cura delle nostre ferite. Anzi, forse soprattutto di quello. Lì sta la differenza tra la disperazione, il vuoto del non senso e una saggia serenità. Ciò che ci fa star bene non è la mancanza di dolore o di ferite (condizione peraltro impossibile), ma è quel che riusciamo a fare con loro. Non sono le ferite aperte, ma quanto riusciamo a trasformarle in vita feconda.

Amore e tradimenti

“Ti prego, se mi ami, sopporta la mia gioia”

Questi sono versi di Edna St. Vincent Millay, una poetessa americana del ‘900. Potenza dei versi: questo mi ha sempre toccata profondamente, parla di una corda della mia natura. E faceva il paio con questi altri suoi versi:

“Ma di certo è impensabile che un uomo / in sì dura tempesta lasci il quieto / focolare e s’imbarchi al salvataggio / di un’annegata per portarla a casa, / sgocciolante conchiglie sul tappeto.”

Sono stata fortunata, perché poi un uomo che ha saputo accogliere la mia gioia e le mie conchiglie sgocciolanti l’ho trovato. E per questo sono profondamente grata alla vita, oltre che a lui.

Ma al di là della mia storia personale, questi versi mi fanno pensare alle ricchezze che ciascuno di noi conserva gelosamente dentro di sé, al desiderio e alla paura di mostrarle, di condividerle.

“Vorrei e non vorrei…” canta Zerlina che sta per cedere alle seduzioni di don Giovanni. Vorremmo ma abbiamo paura di essere feriti, non siamo sicuri di poterci fidare. E a questo non c’è rimedio: non abbiamo nessuna garanzia che l’altro non ci ferirà, non tradirà la nostra fiducia. Un poco, o molto. In più, quando troppe emozioni sono in circolazione, anche la nostra capacità di giudizio vacilla, e possiamo fare madornali errori di valutazione. Quindi, potremo mettere i nostri tesori nelle mani sbagliate e non metterli in quelle giuste, e in mezzo una vasta gamma di possibilità intermedie e di intermedie infelicità.

Però, qui, voglio dare la mia personale testimonianza di fiducia. Non è un invito ad essere tutti quanti fiduciosi, ognuno si regola sulla base della propria storia e delle proprie esperienze. E’ semplicemente la mia testimonianza di fiducia. Fiducia adulta, che si apre gradualmente all’altro, che sa che può essere tradita. E a volte è successo. E’ stato un dolore, ma non la fine del mondo. Mi sono curata le ferite, ma ci ho provato. Amo la vita, e il peggior peccato che sento per me sarebbe quello di rimpiangere rose che non colsi, quando sentivo di poterle cogliere, quando desideravo profondamente farlo.

Mi piace Zerlina: tra tutte le donne del Don Giovanni di Mozart è quella che cade ma si rialza e va oltre. Ferita, torna alla vita e all’amore, miglior modo per curare le ferite.

E questo è i mio augurio per l’anno nuovo: aprirci alla vita e all’amore per la vita. Buon 2013 a tutti!

Trasformazioni

“L’incontro di due personalità è come il contatto fra due sostanze chimiche: se c’è reazione, entrambe si trasformano.” C.G. Jung

Questa è la bellezza delle relazioni, e della vita. E, ovviamente, è anche una gran fatica, fonte di dolore e di frustrazioni.

Incontrare profondamente un altro è uno scombussolamento: non solo in amore, ma in tutte le possibili relazioni. L’altro tocca i miei confini, i miei limiti; tocca le corde dolenti della mia storia, del mio passato, tocca le corde vibranti del mio presente. E un tocco, anche se amorevole, può risultare talvolta troppo forte, scuotere nel profondo, raggiungere ferite e desideri.

Benedetto innamoramento! Senza di lui, senza la sua forza potentemente trainante, rinunceremmo subito all’impresa di avventurarci nel mondo sconosciuto che è l’altro… E, soprattutto, alzeremmo alti steccati per impedire che l’altro si avventuri nel nostro. Ma anche maledetto innamoramento, che ci travolge e offusca la vista.

Siamo terreni dissodati dalle esperienze vissute, seminati di piante e fiori, alcuni in pieno rigoglio, altri in boccio, altri abortiti o ripiegati in sé; abbiamo la nostra gramigna che infesta il terreno ed erbacce che soffocano la crescita di fiori delicati.

L’altro entra nel nostro giardino e comincia il lavoro: pota, taglia, rompe, innaffia, cura, semina, nutre… e il giardino non è più lo stesso. Può essere un inferno o un dono prezioso. Ma può essere anche un’occasione per compiere un viaggio in se stessi, per lasciare che lo scombussolamento che l’altro ci crea ci guidi in meandri dell’anima che hanno bisogno di attenzione, di essere visti, conosciuti, amati, perdonati, curati.

Incontriamo spazi di fragilità, nervi scoperti, pelle sottile. Ci esponiamo con timore, con fiducia, con speranza. A volte la pelle troppo sottile percepisce il tocco dell’altro come dolore, così tende a ritrarsi, a difendersi nei modi consueti. Ci vogliono pazienza, amore, tempo, dialogo. Sono le condizioni perché un sano viaggio possa continuare. Ogni viaggio ha le sue fatiche, i suoi rischi, i sacrifici necessari. Ma la vista che si apre sui nuovi orizzonti!… Quella, sì, è una delle cose che dà senso alla vita.