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L’estate è un po’ come il Natale

L’estate è un po’ come il Natale: è facile sentirsi fuori sintonia.
Raccolgo parole e stati d’animo di chi si sente fuori dal coro vacanziero, di chi -sofferente nel corpo, nella mente- sente sulle spalle un fardello che non trova riposo.
Questo è un post per chi non va in vacanza. Per chi odia l’estate, il suo caldo e le zanzare che innervosiscono le notti.
È un post per chi sente salire la rabbia, l’insoddisfazione, la delusione, e ci deve fare i conti senza scorciatoie, tantomeno scappatoie.
Perché è un attimo farsi prendere dalla rabbia, quando la vita non va come vorresti.
M. è arrabbiato. Realizza che sono passati tanti anni… tanta vita, in un soffio. Sconcertante.
È andata come è andata, così; è passata rincorrendo mete e scavalcando scontenti, pensando di avere tempo per rimediare, correggere, pensando agli anni a venire come a una soluzione, un traguardo raggiunto il quale finalmente sarebbe arrivata la serenità, il tempo del raccolto e del godersi i frutti.
“Come ho potuto essere così ingenuo?”
Con gli occhi di oggi, è facile scorgere l’errore.
“Se morissi ora, avrei rimpianti. Non sono in pace con la vita così come è andata. E ho paura del mio scontento: non mi piace sentirlo, capisco che non mi aiuta. Ma c’è, e non posso far finta di niente. In qualche modo lo devo maneggiare perché smetta di farmi male. Lo devo accogliere senza farmi divorare.”
Penso a quanta rabbia ascolto nelle mie giornate, e ancor di più a quanto scontento.
M. ha ragione: quelle emozioni così forti non possono essere lasciate libere di distruggere le giornate, svuotandole di luce, ma neanche si possono liquidare facilmente.
Vanno ascoltate, sì. Ma senza colludere con loro.
Non è facile: ci vuole un paziente lavoro per separare il grano dal loglio.
Perché qualcosa, in quelle rabbie e in quegli scontenti, va accolto e per quel qualcosa va cercata una risposta.
Non risposte facili né consolatorie, ma piccoli passi alla ricerca di senso, di valore, di un equilibrio in cui alla fine anche il loglio trova il suo posto: parte del tutto, non più intralcio.
M. dice che sta imparando ad accogliere le ondate di rabbia: quando arrivano, accetta che quel tempo andrà così. Possono essere ore, o giorni. Ha smesso di contrastarle, ha sperimentato che la strategia “ha da passà ‘a nuttata” è più efficace della ribellione. Accoglie, non collude.
Così, oggi desideravo condividere la fatica di M., ma anche la testimonianza di un sentiero possibile che porta fuori dalle notti buie dell’anima.
A M. e a tutti gli arrabbiati dedico questo post. A chi è triste a Natale o a Ferragosto. A chi fatica per trasformare le fatiche in equilibrio; a chi si impegna per trasformare la rabbia in vita, senza buttarla addosso agli altri. A chi prova invidia per vite che sembrano essere più felici, ma non alimenta quel sentimento, non si rode e cerca di concentrarsi su ciò che di buono c’è nella sua.
A chi non può postare foto di vacanze; a chi è solo, a chi ha paura.
E a tutti quegli esseri umani che cercano faticosamente una strada per dare forma alla loro vita, e per esserne pacificati.

Mai mi sarei aspettato

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C’è una frase che mi sento ripetere più o meno tutti i giorni: “non mi sarei mai aspettato/a di vivere questo”.
La vita, nel bene e nel male, giunge in forme inattese. Spesso, non gradite.
E il vissuto con cui mi confronto quotidianamente è proprio quello del sentirsi imprigionati in condizioni non volute.
Per questo penso spesso alle statue dei Prigioni di Michelangelo, di cui ho già scritto più di una volta. Quelle immagini continuano a parlarmi della fatica di ogni vita, di quanto siamo imprigionati in materia che ci trattiene e ci toglie libertà. Da lì, strade diverse sono possibili, dal rimanere fermi al cercare -in vari modi e tempi- di andare oltre il limite, di limare la linea di confine.
Lo scolpire di Michelangelo dava forma togliendo: metafora di vita.
Quanta fatica, quanta pena, quanto lavoro…
Quando si sentono i vincoli della pietra che imprigiona le nostre vite, le nostre potenzialità, o i colpi dello scalpello che sbaglia e rovina qualcosa di finito o che sembrava tale, è difficile reggere l’urto.
Ha da passà ‘a nuttata. E sembra non passare mai.
Lavoro per aiutare le persone a cercare gli strumenti utili per vivere quelle lunghe notti dell’anima. E magari, per far sì che da quelle notti riescano a tirare fuori qualcosa di significativo.
E lavoro per me, per le mie notti dell’anima.
Ciò che riusciamo a fare di quelle notti è l’opera della nostra vita.