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Mai mi sarei aspettato

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C’è una frase che mi sento ripetere più o meno tutti i giorni: “non mi sarei mai aspettato/a di vivere questo”.
La vita, nel bene e nel male, giunge in forme inattese. Spesso, non gradite.
E il vissuto con cui mi confronto quotidianamente è proprio quello del sentirsi imprigionati in condizioni non volute.
Per questo penso spesso alle statue dei Prigioni di Michelangelo, di cui ho già scritto più di una volta. Quelle immagini continuano a parlarmi della fatica di ogni vita, di quanto siamo imprigionati in materia che ci trattiene e ci toglie libertà. Da lì, strade diverse sono possibili, dal rimanere fermi al cercare -in vari modi e tempi- di andare oltre il limite, di limare la linea di confine.
Lo scolpire di Michelangelo dava forma togliendo: metafora di vita.
Quanta fatica, quanta pena, quanto lavoro…
Quando si sentono i vincoli della pietra che imprigiona le nostre vite, le nostre potenzialità, o i colpi dello scalpello che sbaglia e rovina qualcosa di finito o che sembrava tale, è difficile reggere l’urto.
Ha da passà ‘a nuttata. E sembra non passare mai.
Lavoro per aiutare le persone a cercare gli strumenti utili per vivere quelle lunghe notti dell’anima. E magari, per far sì che da quelle notti riescano a tirare fuori qualcosa di significativo.
E lavoro per me, per le mie notti dell’anima.
Ciò che riusciamo a fare di quelle notti è l’opera della nostra vita.

Vite in divenire

Ciò che avremmo voluto essere e non siamo stati, ciò che avremmo voluto vivere e non abbiamo vissuto, ciò che abbiamo desiderato e non è arrivato: sono le porte chiuse della nostra vita e non sapremo mai come sarebbe stata se…
Sono porte che si sono chiuse perché altre si sono aperte, escludendo tutte le altre possibili.
Non siamo più il caos primigenio, che ha tutto in sé e nulla fuori. Non siamo più cellule staminali pluripotenti: la vita è frutto di differenziazione. Il paradosso è che il tutto non è ancora nulla, se non in potenza. È solo il limite che dà la vita, che ci rende ciò che siamo, unici nella nostra incompiutezza.
La forma di una vita è ricchezza e povertà, perché siamo ciò che è nato dalle potenzialità che si sono realizzate e dalla perdita di possibilità che non hanno visto la luce.
Siamo forme che si plasmano in continuo, e la vita è scalpello che incide, toglie via. Speriamo sempre che la vita sappia ben scolpire.
Che poi non si sa mai se da un colpo sbagliato non possa uscire una forma inaspettatamente bella e da un colpo dolce una forma insipida. Forme abbozzate meravigliose, forme finite che non scaldano l’anima.
Come i Prigioni di Michelangelo di cui ho già parlato, amo la Pietà Rondanini, incompleta, struggente. Risuona con le nostre vite in divenire e mai finite. È bellissima, commovente. Come le nostre vite.

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L’esperienza del limite

Molte volte mi son sentita dire: “Non ce la faccio più”. Oggi, però, quelle parole erano incarnate in un corpo davvero sfinito. Oggi ho sentito l’esperienza di una donna che stava toccando il fondo di un limite. Il trapianto di midollo è un percorso lungo e impegnativo. Con il foulard a coprire la testa senza capelli, la mascherina a coprire naso e bocca, del suo viso ho visto solo gli occhi. Occhi vivi e stanchi.
Mi colpisce sempre l’esperienza del limite, quando tocchiamo un confine che ci sembra insuperabile, che ci piega e ci fa perdere la speranza di andare oltre.
E sto parlando proprio del limite più al limite; non la sfida scelta per superare se stessi, ma l’essere gettati dalla vita dove non si vorrebbe stare, l’essere obbligati a percorrere una strada che consuma le forze e di cui non si vede la fine, e a volte anche poco la direzione.
Il limite dove si perde la speranza.
Oggi ho ripensato alla vicenda di un alpinista, raccontata nel libro “La morte sospesa”. Dopo un grave incidente, in cui viene dato per morto, riesce a trascinarsi per giorni verso il campo base. Pensava che sarebbe morto, però si diceva: “oggi devo arrivare fin lì”, e si dava delle mete possibili, visibili, trascinandosi per raggiungerle. Metro su metro. Giorno per giorno. E riuscendo così a salvarsi la vita.
Oggi pensavo che quando si vivono esperienze di limite così estremo si può solo stare e provare a resistere un passo alla volta, senza guardare oltre, perché la fine del percorso è troppo lontana e pare irraggiungibile. Ma ora su ora, giorno su giorno, la meta si avvicina.
In realtà, poi, è una strategia che vale sempre, ma in quei momenti è davvero l’unica praticabile.
Il limite logora e ci butta dentro alla solitudine profonda, perché lì siamo davvero soli anche se vicino ci sono persone amate, non sempre in grado di aiutare realmente, perché troppo angosciate, troppo dolenti. Lì siamo solo noi e il limite, solo le nostre forze esaurite e la vista annebbiata.
Anni fa, in una camminata in montagna, ero arrivata all’ultimo tratto di forte salita stanca e con la nausea. Un amico mi aveva dato la mano, e ricordo come quel semplice gesto mi avesse aiutata a salire, a sentire nuova forza.
Così, quando il limite ci sfinisce, incontrare una mano in grado di accogliere e accompagnare, una mano amorevole e ferma, è un dono della vita che lenisce la solitudine e riporta nella comunità umana.
Perché l’esperienza del dolore così acuto, l’esperienza del limite, spesso portano a sentirsi esclusi dalla comunità dei viventi, degli uomini che vivono normalmente la loro vita. È un vissuto, non è necessariamente la realtà. Ma è un vissuto doloroso, che aggiunge dolore a quello che già c’è.
E allora ringraziamo davvero la vita se una mano ci raggiunge e infrange la torre di solitudine che ci imprigiona.

“… e udì estranea un estraneo che diceva:
Iosonoaccantoate.”
Rilke, Il rapimento

Quell’essere accanto, quell’avere accanto…. Sono la meraviglia della vita che ridà vita e speranza.