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Vorrei averlo fatto (II)

Aggiungo qualche altra riflessione, anche in risposta ai commenti del post precedente.

Io penso che i rimpianti abbiano più a che fare con un atteggiamento nei confronti della vita piuttosto che con la contabilità delle cose fatte o no.

E’ ben possibile, direi certo, che non si riescano a fare tutte le cose che vorremmo, a realizzare i progetti, i desideri. Ma non è questo che dà rimpianti. Ho l’impressione che questi nascano più che altro dalla difficoltà a dire di sì alla propria vita, ad accettare i limiti, ad ascoltare ciò che è davvero importante per noi stessi. Credo che ci siano più rimpianti quando si è troppo spesso “altrove”, e non nel qui-e-ora.

Siamo qui e vorremmo essere da un’altra parte, in un altro momento, a fare cose diverse. L’ansia di non essere nella vita giusta, nella vita che vorremmo.

E poi, quale vita vorremmo? Un sogno irrealizzabile per scappare da una realtà faticosa? Oppure la vita che davvero avrebbe senso per noi? Sono questioni complesse e l’immagine del film Stalker, citato in un commento al post di ieri, è molto vera. Non siamo sempre così sicuri dei nostri desideri, del nostro ascolto di noi stessi. E allora, quale vita è giusta per noi?

Ricordo che ai tempi del liceo pensavo che la mia vita vera sarebbe iniziata dopo la laurea, col lavoro, una famiglia, dei figli: nel mezzo, tempo sospeso in attesa di qualcosa di meglio. Ma poi, quante persone pensano che la loro vita vera inizierà dopo qualcosa: un nuovo lavoro, i figli grandi, la pensione… Così si proietta la vita in un domani certo solo nel proprio immaginario, ma assolutamente incerto nella realtà. E quando il tempo impedisce di raggiungere quell’altrove, ecco i rimpianti, il sentimento di aver mancato cose importanti, il senso di ingiustizia, il sentirsi traditi dalla vita.

Alla fine, il cuore di tutta questa faccenda credo sia l’accettazione. Accettare di fare ciò che si può, accettare di provare, di sbagliare. Dunque accettare il presente, tenendo a mente la già citata preghiera: “dammi la forza di cambiare ciò che posso cambiare, il coraggio di accettare quel che non posso cambiare, e la saggezza per cogliere la differenza”.

Ma anche accettare ciò che si è fatto e ciò che non si è riusciti a fare: accettare il passato, la strada percorsa, perché lì non abbiamo margini di cambiamento. Li abbiamo solo nel presente, in ciò che c’è, così com’è.

Accettare è un percorso, tutt’altro che passivo e rassegnato. Accettare è dire di sì alla vita, facendo ciò che possiamo, finché possiamo. E quando non potremo più, dovremo accettare ciò che sarà stato, perché non poteva essere diverso; accettare la nostra storia, il nostro percorso. E magari dovremo anche cercare di perdonarci.

Ferite che non si rimarginano

“Non ho mai capito perché nell’inconscio le ferite non si rimarginano. Quasi tutte le ferite si rimarginano ma nell’inconscio sanguinano tutta la vita.” G.Pontiggia, Nati due volte

La frase è suggestiva e anche in parte vera, però la questione è complessa. In senso più ampio, anche il corpo ha ferite -le malattie-  che continuano a “sanguinare” per tutta la vita: malattie croniche, che non guariscono, che si cerca di curare tenendole più o meno a bada e rallentando il processo, con le quali si cerca di convivere. Così, abbiamo ferite psicologiche che continuano a farci male e che non riusciamo a superare.

Ma il punto è questo: come ci prendiamo cura delle nostre ferite? Con rabbia, rassegnazione, amore? Cerchiamo aiuto? Arrediamo con cura la stanza del nostro dolore? (cito un’espressione di mio marito che ho trovato particolarmente suggestiva) Cerchiamo di negare, minimizzare, fare come se nulla fosse? Ci chiudiamo nel risentimento? Proviamo a far qualcosa?

Il mio lavoro in ospedale è con le persone ferite, fisicamente e psicologicamente. Le loro ferite, anche se in qualche modo si rimarginano, tornano periodicamente a sanguinare. Vedo in loro infiniti modi per far fronte al dolore, e sono convinta che ciascuno faccia quel che può. Vedo persone arrabbiate, ma la cui rabbia è la forza che li aiuta ad andare avanti. Può essere una risorsa, anche se con molte controindicazioni. Altri rinunciano, si ripiegano su se stessi, altri provano ad accettare, a vivere con quel che hanno, con le abilità -fisiche e psicologiche- che riescono a mettere in campo.

Ognuno ha un suo percorso, non esistono certo ricette buone per tutti né decaloghi miracolosi per raggiungere la beatitudine. Però credo profondamente che del nostro dolore dobbiamo fare qualcosa. E’ vita, non una parentesi da superare. Non è un’etichetta che racchiude una diagnosi. Siamo noi, è il nostro percorso.

Il nostro cammino è fatto anche del modo in cui ci prendiamo cura delle nostre ferite. Anzi, forse soprattutto di quello. Lì sta la differenza tra la disperazione, il vuoto del non senso e una saggia serenità. Ciò che ci fa star bene non è la mancanza di dolore o di ferite (condizione peraltro impossibile), ma è quel che riusciamo a fare con loro. Non sono le ferite aperte, ma quanto riusciamo a trasformarle in vita feconda.

Libertà

“Perché non si potrebbe provare un grande e tenero trasporto amoroso per una primavera, per tutti gli uomini? E si può anche fare amicizia con un inverno, con una città o con una campagna.”

Mi piace questo sentire di Etty Hillesum, e lo condivido.

Tempo fa ho riletto cose scritte in passato. Ritornare a quei tempi mi ha fatto vedere il percorso, mi ha dato il filo di collegamento all’oggi. Mentre  leggevo ritornavano a galla ricordi, stati d’animo che quasi non ricordavo più di aver vissuto. Così lontani, ma con un’ intensità che mi ha fatto riflettere. Perché quell’intensità è ancora in me, ma si è incanalata nel quotidiano. Non ha più picchi così alti e bassi, è più equilibrata, si espande in orizzontale nelle giornate.

L’intensità che prima era tutta in un innamoramento, in una passione, ora va davvero verso la vita e le sue manifestazioni: persone, natura, luoghi… amo il mio lavoro, i miei amici, non solo mio marito. In questo sentire sta il senso della mia vita, ciò che mi dà gioia e mi sostiene nei momenti difficili.

Qui sono libera.