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Ricami

Ascolto stanchezze e desideri irrealizzabili, illusioni e speranze realistiche, voglie di fuga dalle pressanti necessità e immersioni nella cruda realtà.
Ascolto emozioni allo sbando, e non sono quasi mai -se non mai- buone consigliere, e tantomeno guide verso la serenità.
E allora bisogna far quietare le emozioni, dopo aver dato loro possibilità di espressione.
E poi riprendere contatto forte con le radici, con le priorità e con i valori che sentiamo nostri: tutto ciò è un’àncora che rallenta lo sbando e lentamente lo frena.
E poi rimanere saldi lì. Non con la forza ma con la flessibilità, con amorevolezza e perdono, con lo sguardo orientato verso ciò che c’è e non verso ciò che manca, o è troppo lontano, forse irraggiungibile.
Il desiderio e il piacere, se lasciati liberi, portano fuori strada e sono fonte di sofferenza: in questo credo che abbiano ragione i buddisti. Ma neanche la totale rinuncia è strada percorribile, per me.
Vedo invece possibile il lento cucire l’alto col basso, il desiderio con la realtà, il piacere col possibile: un ricamo sempre in divenire.
È un percorso faticoso, mai lineare, sempre a rischio di uscite di strada. E quando questo accade, ci vuole più tempo per ritrovare il centro, ma quel tempo e quella strada in risalita portano nuovo radicamento, più saldo e profondo. Riportano luce nelle radici nascoste e linfa a rafforzarle.
Se sbandare è inevitabile, alla fine si rivela necessario.
Il tempo perduto è ritrovato, e con lui il senso.

Vorrei averlo fatto (II)

Aggiungo qualche altra riflessione, anche in risposta ai commenti del post precedente.

Io penso che i rimpianti abbiano più a che fare con un atteggiamento nei confronti della vita piuttosto che con la contabilità delle cose fatte o no.

E’ ben possibile, direi certo, che non si riescano a fare tutte le cose che vorremmo, a realizzare i progetti, i desideri. Ma non è questo che dà rimpianti. Ho l’impressione che questi nascano più che altro dalla difficoltà a dire di sì alla propria vita, ad accettare i limiti, ad ascoltare ciò che è davvero importante per noi stessi. Credo che ci siano più rimpianti quando si è troppo spesso “altrove”, e non nel qui-e-ora.

Siamo qui e vorremmo essere da un’altra parte, in un altro momento, a fare cose diverse. L’ansia di non essere nella vita giusta, nella vita che vorremmo.

E poi, quale vita vorremmo? Un sogno irrealizzabile per scappare da una realtà faticosa? Oppure la vita che davvero avrebbe senso per noi? Sono questioni complesse e l’immagine del film Stalker, citato in un commento al post di ieri, è molto vera. Non siamo sempre così sicuri dei nostri desideri, del nostro ascolto di noi stessi. E allora, quale vita è giusta per noi?

Ricordo che ai tempi del liceo pensavo che la mia vita vera sarebbe iniziata dopo la laurea, col lavoro, una famiglia, dei figli: nel mezzo, tempo sospeso in attesa di qualcosa di meglio. Ma poi, quante persone pensano che la loro vita vera inizierà dopo qualcosa: un nuovo lavoro, i figli grandi, la pensione… Così si proietta la vita in un domani certo solo nel proprio immaginario, ma assolutamente incerto nella realtà. E quando il tempo impedisce di raggiungere quell’altrove, ecco i rimpianti, il sentimento di aver mancato cose importanti, il senso di ingiustizia, il sentirsi traditi dalla vita.

Alla fine, il cuore di tutta questa faccenda credo sia l’accettazione. Accettare di fare ciò che si può, accettare di provare, di sbagliare. Dunque accettare il presente, tenendo a mente la già citata preghiera: “dammi la forza di cambiare ciò che posso cambiare, il coraggio di accettare quel che non posso cambiare, e la saggezza per cogliere la differenza”.

Ma anche accettare ciò che si è fatto e ciò che non si è riusciti a fare: accettare il passato, la strada percorsa, perché lì non abbiamo margini di cambiamento. Li abbiamo solo nel presente, in ciò che c’è, così com’è.

Accettare è un percorso, tutt’altro che passivo e rassegnato. Accettare è dire di sì alla vita, facendo ciò che possiamo, finché possiamo. E quando non potremo più, dovremo accettare ciò che sarà stato, perché non poteva essere diverso; accettare la nostra storia, il nostro percorso. E magari dovremo anche cercare di perdonarci.