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Risuonare

“Torna forte a scrosciare la mia vita profonda
quasi scorresse fra più larghe rive.
Sempre più affini sento a me le cose,
tutte le immagini agli occhi più vive.”
R.M. Rilke, “Progresso” dal Libro delle Immagini

La vita profonda scorre e scroscia, ma non sempre questo corrisponde a un benessere.
Ci sono giorni in cui mi sembra di incrociare solo pesantezze, solo le fatiche delle nostre vite. Giorni in cui ogni minimo fruscìo innesca una reazione dei nervi. Giorni in cui ognuno col suo fardello è la vista costante.
“Sempre più affini sento a me le cose”, ma se l’affinità risuona nella fatica di vivere, le note si fanno gravi.
Rimango qui a scrivere per alleviare la pesantezza e cercare altre sintonie.
Ognuno ha il suo fardello. Vorrei scrollarmi di dosso la pesantezza come un cane si scrolla di dosso l’acqua dopo il bagno. Ma non funziona così. Non se ne va via se non -forse- attraversandola.
Mi viene in mente il Flauto magico di Mozart, nelle immagini del film che Bergman ne ha tratto: lì il Principe Tamino, insieme a Pamina, attraversa le prove del fuoco e dell’acqua andando semplicemente avanti, ascoltando e osservando ciò che attraversa e suonando il flauto magico che lo aiuta nell’impresa.
Il mio flauto, stasera, sono le parole che raccontano, che gettano un ponte verso una nuova riva.
Sto quieta in raccoglimento. Il silenzio lenisce, placa.
Lascio scorrere.
Scorrono le piccole grane della giornata, i fastidi, i nervosismi; scorrono i sorrisi e le leggerezze; scorre ciò che ha increspato la superficie dell’acqua, che ha toccato pelle sensibile; scorrono i fardelli altrui.
Qui, ora, solo silenzio e respiro.

Lo spirito della domenica

Ho appena aperto gli occhi e il pensiero è già andato a una serie di impegni e fatiche del lunedì. Accidenti, ma sono solo le 8 di domenica mattina! Non ce n’è, sabato e domenica non sono uguali, e il vero weekend va da venerdì sera a sabato sera. Domenica è un giorno di transizione, ha un po’ di leggerezza festiva e un po’ di pesantezza feriale, mescolate in dosi ogni volta diverse, che danno vita alle diverse alchimie domenicali.

Il sabato è più affidabile: il tempo che ho davanti mi fa rilassare, e anche se gli umori possono cambiare da un sabato all’altro, resta la sensazione di tempo davanti a me. Tempo da vivere con calma, con maggiore libertà, con ritmi congeniali.

La domenica no. Il tempo restringe gli orizzonti di libertà, e le cose da fare sono troppe: quelle che proprio si devono fare (faccende di casa, carte impilate sul tavolo da sistemare), quelle che sono utili ma anche piacevoli da fare (il pane, la torta per la colazione), quelle interessanti e piacevoli (letture, studio, blog), e poi gli amici…

Passano le ore e il lunedì mattina si avvicina. Alla faccia del qui e ora.

Che poi a me lavorare piace. Il lunedì, superato lo scoglio della sveglia e del rintontimento iniziale, una volta uscita nell’aria fresca del mattino sono pure contenta, in genere. Quindi sono davvero curiosi i vissuti domenicali: l’inquietudine, la tensione a non sciupare la giornata, a non buttarla via in malo modo, la malinconia che giunge la sera, la fatica all’idea di ricominciare la settimana.

Il sabato è prodigo, ha lo spirito della cicala: posso godere di quel che c’è, posso anche perdere un po’ di tempo, prendermela comoda… Tanto c’è domani.

La domenica, invece, ha lo spirito della formica: bisogna darsi da fare, perché poi non ci sarà più tempo fino al weekend successivo.

Sempre alla faccia del qui e ora.

Allora mi fermo. Non faccio nulla per un po’, lascio decantare, aspetto che le acque torbide dell’umore si schiariscano lasciando andare sul fondo ciò che disturba.

Ecco, mi viene in mente che il venerdì sera è un po’ come la giovinezza, tesa a ciò che deve venire; il sabato un po’ come l’età adulta, la domenica un po’ come la vecchiaia…

Così forse è il senso del tempo a scandire gli umori: tempo atteso, tempo vissuto e da vivere, tempo che finisce. Mi sa che la malinconia della domenica sera ha più a che fare con questo che col lunedì.