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Felicità

In questi giorni di fine anno sto riflettendo sulla felicità. Non quella che viviamo quando qualcosa va bene, quando raggiungiamo qualcosa che abbiamo tanto desiderato: quella è facile, spontanea.
Parlo di quella che dovremmo cercare quando siamo in difficoltà, in mezzo ai problemi, quando ciò che desideriamo non arriva, quando le porte non si aprono.
Di questi tempi, ce n’è bisogno.
La felicità non è un diritto, è un percorso. E non è neanche uno stato d’animo univoco, fatto solo di cielo azzurro senza nuvole. Credo che la felicità sia complessa, ricca di sfumature -a volte persino contraddittorie- che dobbiamo imparare a riconoscere.
Ho provato a fare un elenco di ciò che mi rende felice, e mi sono resa conto che sono felice quando ho un certo sguardo sul mondo, non quando ottengo qualcosa. La felicità che risuona profondamente e più a lungo è legata al mio sguardo, e allo stato d’animo che lo guida.
Girovagando un po’ tra le Ted Talks ne ho trovate alcune molto interessanti, e alla fine del post troverete il link alla prima che ho ascoltato, quella di David Steindl-Rast.
Mi ha colpito il concetto di gratitudine, perché è proprio quello lo stato d’animo che guida lo sguardo che mi rende felice. Sono grata alla vita quando vedo la bellezza intorno a me, la bellezza semplice, quotidiana. Quella che vedo quando scatto una foto, che guardo mentre son ferma a un semaforo, che incontro mentre cammino verso l’autobus.
Quella bellezza, quegli sguardi rendono felici giornate difficili. E le due realtà convivono.
C’è un concetto molto importante che David Steindl-Rast esprime: quello di opportunità. Ogni momento porta con sé un’opportunità che possiamo cogliere. Io ne sono profondamente convinta. Non necessariamente grandi opportunità, anche solo la possibilità di fare qualcosa del momento che si sta vivendo, renderlo fertile, pur nella fatica o nel dolore. Questo fa la differenza.
Se penso a quando non sono felice, penso a momenti in cui mi sento bloccata, impotente, momenti in cui non trovo una strada. Felicità e infelicità hanno a che fare con un senso di possibilità o di impossibilità, a fronte della stessa condizione esterna.
Possiamo essere arrabbiati con la vita per ciò che non ci ha dato, o ci ha tolto. O possiamo cercare di lottare contro la nostra rabbia, reggerla finché -stanca- si arrende. Ci vuole tempo, a volte molto tempo. Ci vuole pazienza. Ma quando la rabbia se ne va, ci lascia più liberi di vedere le opportunità.
La felicità è un percorso.
Fermati. Guarda. Vai.
Ascoltate il video e capirete perché.
http://www.ted.com/talks/david_steindl_rast_want_to_be_happy_be_grateful.html

L’invidia

Su “Mente & Cervello” di maggio leggo un articolo interessante sull’invidia: “Ma quanto è verde l’erba del vicino”.

Che ruolo ha l’invidia nell’evoluzione umana?
“Secondo i ricercatori, il confronto con gli altri ci fornisce informazioni su come possiamo avere la meglio nella competizione malgrado la scarsità delle risorse. Per farlo dovremmo essere in grado di individuare con particolare rapidità gli eventuali vantaggi dei nostri simili”.
Gli autori sostengono che l’invidia è una componente onnipresente del nostro pensiero e dei nostri vissuti, e che ci colpisce in modo automatico: spesso prima ancora che ne siamo diventati consapevoli, abbiamo già preso le misure di un qualche confronto.

E qui viene il bello: “l’invidia è uno stato d’animo che ci spinge a prendere atto della nostra inferiorità e a compensarla”; la strada che prenderemo potrà essere distruttiva, antisociale, oppure costruttiva e volta al miglioramento di sé.

Tempo fa girava una battuta: “Se non riesco a dimagrire, che almeno ingrassino le mie amiche”. Confesso che qualche anno fa, incontrando una donna che non vedevo da tempo, che mi stava particolarmente antipatica, la cui linea un tempo avevo invidiato, e vedendola ingrassata di almeno una decina di chili, ho avuto un moto spontaneo di soddisfazione. Molto poco nobile, ovviamente. Però questo è stato.
A volte l’invidia prende la strada distruttiva dell’abbassare l’altro anziché provare a migliorare se stessi.
Altre volte, invece, l’invidia ci fa capire cosa è importante per noi, cosa desideriamo davvero, e ci spinge a cercarla, a impegnarci per raggiungerla.

Tendiamo a pensare che l’invidia sia un brutto sentimento, lo giudichiamo negativamente, è pure un vizio capitale. Eppure ne siamo tutti toccati, in qualche modo. E allora, invece di colpevolizzarci per poi magari assolverci rapidamente, sarebbe utile comprenderne il senso, il motivo della sua venuta.

E proprio questo è l’aspetto più interessante e meno sottolineato.
A volte entriamo in contatto con i nostri desideri profondi attraverso l’invidia. Quello stato d’animo ci aiuta a capire cosa è importante per noi, perché non è che siamo invidiosi di qualunque cosa ci manchi, ma solo di alcune.

Non tutte le mancanze possono essere colmate, ma di tutte le mancanze che avverto posso fare qualcosa di costruttivo, posso volgerle in ricerca, in compensazioni su piani possibili e comunque significativi.

La nostra vita interiore è ricca di possibilità. Basta non ostinarsi a volere l’impossibile.

“Mio Dio, dammi il coraggio di cambiare ciò che posso cambiare, la forza per accettare ciò che non posso cambiare, e la saggezza per cogliere la differenza”.

Tessere di un puzzle

Viviamo tempi depressivi; le notizie del mondo non ci aiutano a trovare serenità. E, quel che forse è peggio, ci fanno sentire impotenti: soprattutto noi italiani abbiamo dentro lo spirito del Gattopardo, quello sguardo rassegnato da troppe delusioni che toglie forze e fa sentire inutili eventuali tentativi di cambiamento… “Tanto non cambia niente”…  Oscilliamo tra rabbia sterile e depressione paralizzante.

Questo è lo spirito del tempo con cui facciamo i conti.

Parto da qui, ed è una partenza già in salita. Parto dal clima in cui mi sento immersa indipendentemente da come vanno le cose nella mia vita, e che comunque rimane sullo sfondo. È più faticoso fare progetti, investire sul futuro, però è anche ciò che sento di dover fare.

Quando mi lascio prendere troppo dallo spirito del tempo, questo mi tira giù, e mi toglie forze. Ho bisogno di ritornare in me, di concentrarmi sulle possibilità della mia vita, perché lì posso fare qualcosa, quello è lo spazio che mi è dato per fare la mia parte nella vita.

La mia amata Etty Hillesum: “…il nostro unico dovere morale è quello di dissodare in noi stessi vaste aree di tranquillità, di sempre maggior tranquillità, fintanto che si sia in grado d’irraggiarla anche sugli altri. E più pace c’è nelle persone, più pace ci sarà in questo mondo agitato.” Lei scriveva queste cose in un campo di concentramento.

Io fortunatamente non sono in quella condizione. Ma sento profondamente che devo coltivare me stessa. Sono una piccola tessera di un puzzle, ma se disegno bene la mia tessera, questa contribuirà all’insieme. Non credo che ci sia un disegno definito da una volontà divina, ma un disegno che cambia continuamente a seconda delle tessere che ciascuno di noi disegna con la sua vita. Non possiamo governare il tutto, possiamo solo governare la nostra tessera.

Cerco di farlo nella mia vita. Cerco di portare avanti e tenere accesa la fiammella della mia candela, come in Nostalghia, di Tarkovskj.  Testimoniare possibilità, in un clima che ci parla di impotenza; trovare spazi di creatività, di iniziativa; coltivare la speranza, la bellezza, la capacità di amare. Sempre per dirlo con Etty: “Fiorire e dar frutti in qualunque terreno si sia piantati”. Siamo piante diverse, che danno frutti diversi, ma il compito è comune.

Ogni volta che lo spirito del tempo mi tira giù, provo a contrapporre l’impegno a fare al meglio il mio disegno. Non sempre ci riesco, e questo fa parte del percorso. Ma ci riprovo.