Archivi tag: ricchezza

Senza lilleri non si lallera

Non tutti i pazienti sono uguali. Qualcuno è più simpatico di altri, e R. è uno di questi. Ne avevo già parlato nel post Occorrono troppe vite per farne una
R. si fa amare.
L’affettività che esprime è come una porta aperta; ti fa entrare in casa sua con discrezione, e una volta che ha capito di potersi fidare, apre qualche altra porticina, e ti accoglie con generosità. È un piacere parlare con lui.
R. mi aspetta la mattina, tra la seduta di radioterapia e quella in palestra; sta fuori in giardino a fumare il suo toscano e mi aspetta. A volte col sorriso, a volte un po’ più cupo.
Ecco, il mio lavoro è bellissimo perché incontri come questi restano nel cuore.
È un privilegio conoscere vite così coraggiose che affrontano percorsi impervi. Le amo proprio.
“O’ Chiara… Lo dico sempre alla mi’ figliola: senza lilleri non si lallera. Così si dice dalle mie parti.” Senza soldi non si fa nulla.
Ma anche senza la ricchezza di questi incontri la vita sarebbe più povera.
Senza lilleri non si lallera… Stasera il suono cantilenante di quelle parole risuona nella stanza e porta con sé un vago aroma di sigaro.

Ricchezza

È una fredda mattina di maggio. Grigia. Piove con generosità e tira aria fredda. Ho un ombrello serio, ma l’acqua arriva di stravento. Salgo sull’autobus pieno, ma riesco a recuperare uno spazio adeguato di respiro. E lì, con l’ombrello che mi sgocciola sui jeans, sono improvvisamente felice. Di quella felicità che zampilla all’improvviso, così, senza troppo preoccuparsi delle condizioni poco confortevoli dell’intorno. In fondo piove, fa freddo, mi sono alzata presto, ho il fondo dei pantaloni zuppo, e il golf di lana ci sarebbe stato meglio al posto di questo di cotone. Ma sto andando a un convegno sul dolore cronico che immagino interessante, e sono felice. E visto che sono un’ansiosa e che arrivo rigorosamente in largo anticipo, mi metto a scrivere nell’attesa dell’inizio.

È un pomeriggio che avrebbe dovuto essere di pioggia, e invece è di sole. Il vento ha spazzato i nuvoloni, e ora il cielo ha ampi sprazzi di blu cobalto con intorno nubi a batuffolo e altre cariche di pioggia. Un cielo nordico, bellissimo.
Sono seduta su una panchina del parco, al sole, perché il vento che muove le fronde e i capelli lo consente. Sto qui con l’IPad sulle ginocchia e cielo e alberi che si riflettono nello schermo. Ho una pausa tra un appuntamento e l’altro. Mi sdraierei sull’erba, se non fosse bagnata da giorni di acqua. E anche qui sono felice. Di felicità grave, non leggera; di quella felicità che porta con sé le fatiche, che le ha sulle spalle e nel corpo, e in loro compagnia si crogiola al sole e al cielo blu. Dentro alla vita, parte della vita. C’è quiete in me, un silenzio pieno che accoglie i rumori del parco, delle giostre lontane, delle ruote di bicicletta sul terriccio, dei cani che corrono, delle scarpe da jogging, dei bambini che giocano, degli adulti che chiacchierano, del rintocco delle campane.
Amo la vita e le persone che della mia vita fanno parte.

È un venerdì sera e la settimana lavorativa è finita. Il vento fa sbattere un po’ le imposte, e i nuvoloni si sono scuriti insieme al cielo. E’ stata una buona giornata. Il profumo del bucato appena steso si unisce al silenzio della casa e alla luce soffusa della lampada sul tavolo.

Mi sento ricca. Ricca di vita.

Ultimo giorno di scuola

Ieri mattina ero sulla navetta per andare al lavoro. Il traffico era ancora relativamente tranquillo e guardavo scorrere la città dal finestrino: le vetrine dell’Esselunga illuminate respiravano quiete prima dell’apertura e dell’orda di acquirenti nervosi dai carrelli colmi.  I palazzi lasciavano il posto ai campi secchi; scendeva la nebbia che avvolgeva silenziosa gli alberi dai rami spogli.

Era l’ultimo giorno di lavoro e poi quindici giorni di vacanza! Mi sentivo felice come una scolaretta  all’ultimo giorno di scuola.

Il paziente con la sua nuova pompa per il cuore passerà il Natale a casa sua. Sta bene e, spesso, entrando in questi giorni nella sua stanza, l’ho trovato a scherzare e ridere con la moglie. Mi si allargava il cuore ad ogni loro sorriso.

So bene che qualche stanza più in là gli stati d’animo sono molto diversi. Questa è la vita, e non si ferma solo perché è Natale.

Gioia e pensieri convivono, ma ieri ho lasciato spazio alla gioia. Sono uscita con i sacchetti luccicanti dei regali di colleghi e pazienti.

E oggi, riposata da ore filate di sonno, festeggio il mio primo giorno di vacanza preparando il pane con l’uvetta e la farina di castagne.

Mi sento centrata: serena, con gravità. Quella gravità che mi tiene coi piedi per terra, immersa nella vita, nei suoi problemi, nella sua ricchezza.

Esercizi spirituali (II parte)

Sto leggendo il libro di Hadot sugli esercizi spirituali. Trovo spunti interessanti.

“…per Epicuro, come per gli stoici, la filosofia è una terapia: <La nostra sola occupazione deve essere la nostra guarigione>. Ma questa volta la guarigione consisterà nel liberare l’anima dalle preoccupazioni della vita, per condurla alla semplice gioia di esistere.  L’infelicità degli uomini deriva dal fatto che temono cose che non devono essere temute e che desiderano cose che non è necessario desiderare e che sfuggono loro. Così la loro vita si consuma nel turbamento dei timori ingiustificati e dei desideri insoddisfatti. Sono dunque privati di quello che è l’unico piacere autentico, del piacere di essere.

Gioia di esistere e piacere di essere: questi vissuti mi appartengono e li sento profondamente. E li ho sentiti anche nei momenti difficili della vita. Anzi, proprio in quei momenti sentire di essere mi ha aiutata ad affrontare quel che c’era.

In questi tempi, poi, sto riflettendo sui desideri. La crisi economica obbliga a ritornare alle cose davvero importanti, a spostare il baricentro là dove dovrebbe sempre stare, sui valori fondamentali, su ciò che davvero nutre la vita e dà senso.

Tempo fa mi sono chiesta: se la crisi mi obbligasse a cambiare drasticamente tenore di vita, a lasciare la mia casa, a cercare lavoro altrove, cosa mi porterei dietro? Ho passato in rassegna le mie cose, e ne sono rimaste poche: il computer, il telefono,  i libri di Rilke, la macchina fotografica. L’essenziale è questo, e non è poco.

Mi ha rassicurata questo pensiero. Lo sento vero. Il resto sono possibilità di cui ringrazio la vita. Ma le fondamenta sono più essenziali, e sono chiare in me. Posso andare per la vita sentendomi più leggera e libera.

Abbandono alle cose, abbandono delle cose: riuscire a godere di ciò che c’è quando c’è, e riuscire ad abbandonare ciò che non è più nelle nostre possibilità. Vale per le cose materiali, ma non solo.

Mi sono accorta di avere meno “bisogni” di quel che credevo. Comprare una nuova borsa o un nuovo capo di abbigliamento mi ha sempre dato gioia, ma ora che il bilancio familiare richiede più attenzione, farne a meno (e ovviamente non sto parlando di cose indispensabili) mi fa stare comunque bene.

I desideri chiamano altri desideri: ma siamo veramente felici solo quando li appaghiamo? Quella felicità quanto dura?

Ora io sono felice. Sto bene dove sono. Mi dà felicità respirare l’aria fresca la mattina quando esco di casa, guardare cieli sempre diversi; sono felice quando vedo la bellezza intorno a me; sono felice perché amo e sono amata; sono felice perché la mia vita è ricca di relazioni significative. Questo non vuol dire che va tutto bene e non ho problemi, ma che quelle ricchezze danno forza per reggere le fatiche. Quelle ricchezze sono in me, fanno parte di me, e riempiono la maggior parte dei miei qui-e-ora. Non tutti, perché ci sono i momenti in cui le paturnie prevalgono, in cui sono s-centrata. Allora l’esercizio spirituale – che sia lo scrivere, fare fotografie, guardare il cielo e i suoi colori, o altro – diventa la via principale per ritrovare il centro e il piacere di essere. Allora la vita torna a fluire.