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La corrente degli incontri


Ci sono dei momenti in cui tutto sta in equilibrio, tutto è al posto in cui è.
La navetta va, e dal finestrino guardo scorrere la città, i nuvoloni carichi, un campo che apre lo sguardo all’orizzonte, quasi fossimo già in campagna. Auto, persone, vita attiva della mattina. Nelle orecchie armonie un po’ struggenti delle sonate per violino di Schmelzer.
Poi la navetta inizia ad attraversare vie percorse nei miei giri di visite domiciliari. Penso a quelle persone che non ci sono più, e che vivono nei ricordi dei loro cari, e anche nei miei. Mi colpisce quanto mi sia arrivato, a volte in pochi, pochissimi incontri. Ho in testa immagini, inquadrature di particolari: pezzi di vita nell’arredamento di una stanza, nelle foto, nei racconti, nell’espressione di un volto.
Entrata per un soffio nelle loro vite, le porto con me. Anche a me, sconosciuta, hanno dato tracce di sé.
Il senso delle nostre vite è più vasto di quel che pensiamo. La corrente degli incontri lo trasporta ben oltre la nostra vista. E va, nel mondo. Oltre noi, oltre il nostro controllo.
Lo trovo un pensiero consolante. E un po’ struggente, anche se forse i nuvoloni da cieli nordici e Schmelzer fanno la loro parte.
La navetta va oltre e i pensieri restano nel mio stato d’animo. In equilibrio: gioie, dolori, angosce, meraviglie. La complessità della vita oggi sta. Ne sono attraversata, e l’accolgo in me.
La navetta è arrivata al capolinea. Comincia la mia giornata lavorativa, non senza aver prima notato queste belle rose e il prato disseminato di trifogli ricresciuti rigogliosi dopo il taglio del prato di pochi giorni fa. La vita fluisce. Non s’arresta. Stamane ognuno è al suo posto nel mondo.


Lo so, questa l’avevo già postata. Ma mentre guardavo le rose, la stavo ascoltando. Ed è una musica meravigliosa.

Il giardino dei ricordi

Le mie letture, spesso, non sono propriamente allegre; d’altra parte non mi occupo di cose allegre. Mi occupo di cose che mi fanno pensare e, spesso, mi aiutano a vivere meglio, mi danno la forza per guardare la vita con occhi più fiduciosi. Le testimonianze di vita che incontro nel mio lavoro mi hanno fatto passare tante paturnie, tanti momenti di scoraggiamento e di sfiducia. Vedere come le persone affrontano le avversità spesso dà coraggio anche a me. Non è sempre così, ovviamente, però succede.

Il libro che sto leggendo va tra le esperienze costruttive. “Prima di dirti addio”, sottotitolo: “L’anno in cui ho imparato a vivere”. L’autrice è una giornalista americana, Susan Spencer-Wendel, malata di SLA. Cito un passo che mi ha particolarmente colpita:

“Ero qui. Avevo un anno di vita. Forse più. Ma sapevo che me ne restava ancora almeno uno di buona salute. Decisi, proprio lì, davanti a quel Burger King, di trascorrerlo in modo saggio. Di fare i viaggi che avevo sempre voluto fare e concedermi ogni piacere che avevo desiderato. Di organizzare quello che avrei lasciato indietro. Di seminare un giardino di ricordi per la mia famiglia destinato a fiorire nel loro futuro.

Trovo molto bella l’immagine del giardino di ricordi, che continua a fiorire. E in fondo io penso che questo sia anche un po’ il senso della nostra vita. Mi piace pensarlo così.

Non so quale sia la mia scadenza e non l’immagino a breve, ma comunque mi piace pensare che ciò che vivo siano fiori e piante di un giardino, e che l’amicizia sia passeggiare tra giardini, godendo delle diverse specie che si incontrano, dei profumi, dei colori, delle forme…

Mi quieta, mi consola entrare nei giardini di chi non c’è più, perché quei giardini vivono in me e lì ritrovo ricordi vivi, che ancora sono in grado di parlarmi. I giardini dei ricordi curano l’angoscia perché in qualche modo danno continuità. “Non piangere perché è finita. Sorridi perché è successa.” Ecco, nei giardini puoi trovare anche un po’ di nostalgia, puoi trovare dolore, ma comunque trovi vita.

Così, cerco di prendermi cura del mio giardino. Per l’oggi, per il domani, finché ci sarà qualcuno che avrà trovato bello passeggiarci.

 

 

 

 

 

 

Luoghi (parte II)

Ieri sera tornavo a casa con mio marito e, passando davanti ad una chiesa, mi sono tornati in mente i ricordi delle estati in cui in quella chiesa siamo stati ad ascoltare dei concerti bellissimi. Concerti e serate estive, caldo, sudore, abiti leggeri, programma del concerto come ventaglio. Per un attimo i ricordi sono stati sensazioni fisiche, veicolati dal salto di abbigliamento: allora maniche corte e sandali senza calze, ora avvolta nel giaccone pesante, i piedi freddi, due golf di lana.

Mi capita spesso di passare in luoghi che frequento abitualmente e di ricordare, attraverso l’abbigliamento, momenti in cui sono passata di lì: quel giorno pioveva, avevo l’impermeabile blu e ricordo che… Passavo di qui ed ero imbacuccata all’inverosimile…

I luoghi sono tempo. Tempo sancito dal cambiamento dell’abbigliamento, dal grado di pesantezza o leggerezza degli abiti. Tempo sancito dalle sensazioni nel corpo dei gradi di temperatura, del caldo/freddo sulla pelle. Tempo sancito dalle stagioni, dalle foglie sugli alberi o dai rami secchi. Luoghi e tempo che passa, luoghi e vita che ci è passata attraverso.

I luoghi sono i depositari della nostra memoria, custodiscono le nostre vite, i nostri preziosi momenti di vita: ognuno ci lascia i suoi, e i luoghi li accolgono mantenendo il segreto, non svelando ad altri ciò che vi abbiamo depositato. I luoghi sono pubblici eppure così privati. Come la lettera rubata di Poe, sono sotto gli occhi di tutti, ma solo chi sa, vede. Parlano solo per i proprietari dei ricordi.

I luoghi son lì, fermi, mentre noi passiamo; nell’alternarsi delle stagioni i luoghi mutano lentamente, a volte impercettibilmente, mentre la nostra vita si dispiega, prende nuove pieghe…

Quando torno a Torino, dove non vivo da più di dieci anni, i luoghi in cui passo rilasciano ricordi: ricordi in cui faceva caldo o freddo, pioveva o c’era il sole, avevo il cappotto o i sandali.

Come scriveva Rilke, nella seconda elegia duinese (ho già citato questi versi): “Come rugiada dall’erba novella/ quel che è nostro svapora da noi, come il calore da / vivanda calda. (…)/ Avrà forse sapore di noi il cosmico spazio in cui ci dissolviamo?”

I luoghi, anche se non raccontano le storie se non ai diretti interessati, avranno comunque un po’ sapore di noi?

Luoghi

“Non tornare nei luoghi in cui sei stato felice. La felicità appartiene al tempo, non al luogo”. Credo sia una frase di Proust, molto vera. Vale però anche per tutti gli altri stati d’animo.

I luoghi sono intrisi di ricordi, impregnati delle nostre emozioni.

Ci pensavo stamane, mentre tornavo da una visita domiciliare. Guidavo per strade in cui passo solo per lavoro. E le strade note erano ricordi di persone, volti, espressioni, storie, emozioni, testimonianze di vita.

In quel palazzo, su per quelle scale, da quella finestra… da quei luoghi si affacciano volti che non ci sono più, e quando passo penso ai familiari rimasti, a come sarà la loro vita ora.

Guidavo in un cielo grigio e piovoso ma ero serena.

I luoghi sono impregnati di vita, risuonano emozioni. I luoghi sono vivi e continuano a raccogliere storie. C’è una gran ricchezza, nei luoghi. Non mi fanno mai sentire sola.