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Guardare

“Bisogna guardare, e guardare è così difficile. Noi siamo abituati a pensare. Riflettiamo tutto il tempo, in modo più o meno felice, ma nessuno ci insegna a guardare. È un processo lungo. Richiede parecchio tempo, imparare a guardare. Uno sguardo che pesa, che interroga.
(…)
A me interessa un unico aspetto della fotografia. Ce ne sono tantissimi altri, ma ciò che mi commuove, che mi appassiona, è lo sguardo sulla vita, una specie di interrogazione perpetua e una risposta immediata.”
Henri Cartier-Bresson, “Vedere è tutto”

Sono completamente d’accordo. Guardare è l’attività costante delle mie giornate. E non solo perché ho la fortuna di possedere la vista. Guardo continuamente, e alleno lo sguardo. Guardo e ascolto. E ascolto anche attraverso lo sguardo.
Guardo la vita in tutte le sue manifestazioni: persone, cose, natura, prodotti dell’attività e dell’ingegno umano…
“interrogazione perpetua e risposta immediata”.

Verde, blu. E anche giallo.

Sabato mattina dal parrucchiere, e mentre aspetto che il colore faccia il suo dovere, coprendo il grigio che avanza, ascolto la conversazione tra due giovani donne. Parlano di libri letti, storie d’amore e di passione. Una legge all’altra qualche frase, e mi viene da sorridere. Un altro mondo.
Ci separano una ventina d’anni, a occhio… E le parole che raccontano i nostri anni non potrebbero essere più diverse: le loro suonano rosse, tutte emozione e pancia aperta. Parole che trasudano sentimenti compiaciuti del proprio essere forti, accesi, indomabili. Parole orgogliose della propria superiorità, convinte di essere loro sole nel vero, loro sole capaci di raccontare le pieghe profonde dell’anima e della vita, quella vera. Loro sole capaci di testimoniare le temperature vulcaniche dell’anima. Conosco quelle parole. In parte, sono state anche le mie.
Oggi, però, le mie parole sono verdi. Sono fatte di giallo e blu: di caldo vitale e freddo riflessivo, che spazia dall’azzurro pallido del cielo al blu della notte o del mare profondo. Insieme, a scaldare l’uno e a stemperare l’altro. Integrati in sfumature variabili.
I picchi rossi appartengono ad altre epoche, fortunatamente passate. Non li rimpiango, anzi; ci ho guadagnato in varietà e sfumature, e in libertà. Non la prigionia di una monocromia, ma il gioco e il viaggio tra i colori. Anche faticosi, a volte. Scuri, pesanti, toni sovrapposti che rendono sorda la tela di fondo…
Ma quando da quei colori mi riapro al calore e alla leggerezza, ecco, allora quei gialli e quei verdi risuonano dell’esperienza vissuta, si sfumano col ricordo della notte.
Amo i verdi, amo i blu. E poi i gialli. Amo i rossi stemperati dalla vita, dai blu della riflessione e dello spirito.
Maturità è vivere e fluire in più ampi spazi interiori, con tutte le sfumature che li abitano. È tenere insieme le contraddizioni, la complessità. Gravità e leggerezza. È non avere troppa paura, pur sapendo. È affidamento alla vita, consapevole, conquistato a suon di resistenze che alla fine, esauste, mollano.
Da lì, è sinfonia di colori.

(L’immagine è tratta da internet, ed è la tabella Pantone 2014)

Dioniso e Apollo

“Avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale
(…)
Altro fui: uomo intento che riguarda
in sé, in altrui, il bollore
della vita fugace…”

Ho sempre amato questi versi di Montale, e mi ci sono spesso riconosciuta. Anch’io avrei voluto sentirmi scabra ed essenziale, e non lo sono mai stata. Due anime forti e potenti si sono scontrate nella mia vita: Dioniso e Apollo hanno guerreggiato a lungo, con sorti alterne, ferite e bottini di guerra.
Dieci anni fa, proprio di questi tempi, mi avviavo verso la separazione dal mio ex marito.
Negli anni di matrimonio avevo creduto che la lotta tra quei due avesse trovato un accordo, e avevo goduto di una decennale tregua. Non era così, e il fiume che credevo scorrere più o meno quieto tornò a ingrossarsi, fino a rompere gli argini pazientemente costruiti.
A quarantatré anni mi sentivo di nuovo attraversata da emozioni e passioni, dalla vita e dai suoi colori, nero compreso. Apollo inerme e sconsolato guardava Dioniso sobbalzare e agitarsi per ogni minimo movimento dell’anima.
Ho scritto tantissimo, e il pc è stato il mio compagno più fedele: Apollo pretendeva almeno una forma, parole condivisibili.
Rileggere quelle cose a distanza di anni mi fa sempre uno strano effetto: io non sono più là, non sono più in quelle parole così cariche. Eppure quelle parole sono in me, sono la mia storia. Grazie a quelle parole ho trovato una strada: scrivere è stato un percorso evolutivo, mi ha aiutata a costruire nuovi argini, più flessibili. Di quella flessibilità che può accogliere e contenere.
La passione che per anni mi ha portata su e giù dalle montagne russe si è incanalata nella vita quotidiana e l’ha arricchita, dandole colori pieni di sfumature.
Oggi sento e rifletto, sono attraversata e penso. Dioniso e Apollo hanno trovato nuovi modi per dialogare, e ognuno rispetta e ama l’altro. Scorrono entrambi. A volte si azzuffano, uno vuole prevalere sull’altro, ma poi arrivano a un qualche accordo. E quando loro si parlano, io sto bene.

Quando pensi di sapere ciò che non sai (prima parte)

Ovvero: le distorsioni cognitive. Quando, cioè, distorciamo la realtà a nostro uso e consumo, senza rendercene conto, in tutta buona fede.
E’ una questione psicologica piuttosto interessante.
Negli anni ’60 un gruppo di psicologi fece il seguente esperimento: a dei volontari furono presentate alcune cause civili ipotetiche dando a tutti alcune informazioni di base. Successivamente furono divisi in tre sottogruppi: il primo ascoltò le motivazioni argomentate dall’avvocato dell’accusa, il secondo ascoltò quelle della difesa, il terzo ascoltò entrambe le argomentazioni.
L’esperimento era chiaro a tutti, dunque i primi due sottogruppi, quelli “di parte”, sapevano di avere informazioni parziali.
Cosa accadde? Chi aveva ascoltato la versione parziale era saltato più in fretta e con maggior sicurezza alle conclusioni, si era formato un giudizio pur sapendo di non aver ascoltato entrambe le campane.

L’aspetto interessante dell’esperimento è anche il passo successivo: quando le persone dei gruppi “di parte” ascoltarono l’altra versione dei fatti, cambiarono marginalmente la loro prima opinione, ma la loro parzialità rimase.

“Lo studio dimostrò quindi che le persone non solo sono portate a saltare alle conclusioni dopo aver sentito una sola versione dei fatti, ma è assai probabile che continuino a farlo anche quando hanno a disposizione informazioni aggiuntive che suggerirebbero una conclusione differente.” (cit. Le Scienze, 4 maggio 2012)

Dunque, ci formiamo opinioni sulla base di scorciatoie mentali. Daniel Kahneman, premio Nobel per l’economia autore di un bel saggio “Pensieri lenti e veloci”, sostiene che “costruiamo la storia migliore possibile a partire dalle informazioni che abbiamo… e se è una buona storia, ci crediamo”.

Ciò di cui non ci rendiamo conto è che il nostro cervello, a partire da alcune informazioni, a volte anche molto superficiali (una sbirciatina a Wikipedia, un occhio alla prima voce di Google, il commento del vicino di casa che è sempre così informato…) costruisce conclusioni di cui ci sentiamo sicuri, che diamo per vere e oggettive. Quelle diventano le nostre storie, che crediamo perfettamente logiche, razionali. Diventano le nostre verità.

Invece, “…le narrazioni sono  irrazionali anche perché sacrificano la completezza di un evento a favore della parte di esso che si uniforma a una certa visione del mondo. Basarsi sulle narrazioni porta quindi spesso a errori e stereotipi. E’ raro che ci si chieda: ‘Cos’altro dovrei ancora sapere prima di potermi formare un’opinione più documentata e completa?’ ” (Le Scienze).

L’unico antidoto alle distorsioni cognitive è ascoltare storie diverse, dialogare davvero cercando di capire i punti di vista degli altri, non cercando di convincere l’interlocutore delle proprie ragioni. E poi leggere, studiare, anche campane lontane, opposte. Ovviamente non si possono approfondire tutti gli argomenti, ma quelli che più ci stanno a cuore, magari sì. E per gli altri, rimanere aperti. Sapendo di non sapere, lasciando spiragli ai dubbi, alle domande.

La chiusura e la sicurezza rigida sono quasi sempre segnali di irrazionalità più che di approfondita riflessione.  E tutti cadiamo nell’errore, in alcune occasioni. Tutti diventiamo irrazionali, pensando di argomentare le nostre posizioni con assoluta razionalità.

Sicché io ho una regola aurea: se mi accorgo (e non sempre accade) di non essere disponibile ad accogliere storie diverse da quella che mi sto raccontando, verità diverse da quelle di cui mi sono convinta, mi fermo. E meno ho voglia di fermarmi, più significa che c’è bisogno di farlo. I click di chiusura interiore sono campanelli d’allarme che richiedono pausa di riflessione.

Non mi sono mai pentita di averli ascoltati.