Archivi tag: riflessioni sulla morte e sulla vita

Dispiegarsi

Guardo le nuvole che oggi si mostrano maestose: sono bellissime, e per quante possa averne viste, sono bellissime ogni volta, e ogni volta rinnovano un incanto.
Oggi mi fanno pensare al dispiegarsi maestoso della vita, rigoglioso, generoso, traboccante.
E senza un senso se non il dispiegarsi stesso, l’esserci, il mostrare la propria forma e la propria essenza.
Guardo le nuvole e guardo la vita che scorre sotto i miei occhi: persone che camminano, guidano, vanno in bicicletta, passeggiano al parco; vite che fluiscono, si incrociano senza sfiorarsi, proseguono oltre. Storie che viaggiano silenziose, racchiuse nei volti e negli sguardi di ognuno di noi. Dialoghi muti si intrecciano nelle vie delle città.
Guardo quel brulicare di umanità e vedo la vita della savana, della foresta pluviale, dei boschi, dei ghiacci polari… vedo pianure e montagne, la vita che popola i cieli e le acque profonde dei mari e degli oceani.
Ci dispieghiamo nella vita, tutti quanti: esseri animali, vegetali, minerali.
Guardo questo flusso di vita con un sentimento strano, una meraviglia un po’ straziante: tutto questo darsi, questo tirar fuori il meglio, o il possibile… tutta questa fatica quotidiana…
Mi commuove il dispiegarsi della vita che semplicemente ed ostinatamente si dà. Incurante della morte, del senso… semplicemente ed ostinatamente, è.
Guardo il dispiegarsi e mi sento parte del flusso.

Creature di un giorno

Già dalla citazione iniziale il libro promette bene: “Siamo tutti creature di un giorno; colui che ricorda e colui che è ricordato. Tutto è effimero, tanto il ricordo che l’oggetto del ricordo.
Vicino è il tempo in cui tutto avrai dimenticato; e vicino è il tempo in cui tutti avranno dimenticato te.
Rifletti sempre sul fatto che presto non sarai nessuno, e non sarai da nessuna parte.”
Marco Aurelio, Pensieri

Irvin Yalom è un ottantenne psichiatra americano, autore di libri interessanti, come questo che sto leggendo: “Creature di un giorno”, storie romanzate di pazienti e di dialoghi con loro, che ruotano intorno al tema del tempo che passa e della morte che si avvicina.
Trovo vissuti e riflessioni che appartengono anche a me, e mi fa sempre bene sentirmi in compagnia su questi sentieri interiori, mi fa bene sentire una condivisione umana, calda, vissuta.
In questi anni di lavoro in ospedale e nelle cure palliative ho vissuto, letto e riflettuto, mi sono fatta domande e ne ho ascoltate, ho cercato risposte e ne ho ascoltate. Ho vissuto la mia vita intrecciandola con quelle domande e quelle risposte, facendone un tutt’uno. E continuo a farlo.
Perché non contano tanto le domande o le risposte, quanto l’incarnarle nel quotidiano, viverle nell’esperienza. Le verità sono semplici, le risposte non placano l’animo per il loro contenuto, ma perché quel contenuto improvvisamente brilla, canta, parla. Vive.
Come in quella riflessione zen: prima dell’illuminazione il cielo era cielo, gli alberi alberi, la terra terra. Dopo l’illuminazione il cielo era cielo, gli alberi alberi e la terra terra: ma che differenza!
Ecco: le riflessioni sulla caducità e sul vivere il presente sono sempre quelle, ma ci sono momenti in cui vivono, si incarnano, e allora sono esperienza che quieta e rasserena.
Accade, interiormente.
Porto con me le esperienze di non senso, di paura e di angoscia, di domande. Cammino con loro, insieme alle esperienze di senso, di quiete, insieme alle risposte incarnate.
Sono tutto questo, in continuo lavorìo e in mutevoli stati d’animo.
E stasera sto, in equilibrio sul fil di lana. Quieta, serena, colma di vita.