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La mia giornata

La rugiada sui fili d’erba e sul trifoglio brilla alla luce del sole. Respiro il profumo dolce e penetrante dei tigli e dei gelsomini. Guardo il rosa e il rosso delle rose rampicanti. Inizia così la giornata, nel tragitto tra il parcheggio e l’ingresso.
Occhi sgranati cercano appigli e orientamento nel nuovo pianeta in cui la malattia ha scaraventato il marito e lei di conseguenza.
Passi lenti e respiro in affanno guidati da una mente lucida e vitale.
Parole misurate e gesti calmi: dighe che trattengono a stento la marea che sale, e che continuerà a salire. Frammenti di una mattinata lavorativa.
La vita che scorre in un parco, la varia umanità che l’attraversa, l’atmosfera di quiete vitale che qui si percepisce. Batuffoli di nuvole solcano l’azzurro del cielo e il verde delle cime più alte degli alberi. Il Kindle che mi fa leggere all’aperto senza riflessi. L’intensità del dialogare. Sguardi su un pomeriggio.
L’aria fresca sul viso. Spruzzi di rosa nel tramonto. La casa che mi accoglie. Il marito amato che mi accoglie. Venerdì sera.

Immersa in immagini e suoni

In questo periodo non scrivo. Le giornate scorrono veloci, un po’ più all’insegna del fare.
Fuori da lì guardo: quando guido o cammino mi vengono incontro scenari, scorci, piccoli particolari, e io guardo tutto con incanto. Trovo tanta bellezza in quest’autunno. E fotografo. Se incontrate una donna accucciata sul marciapiede col cellulare puntato su una foglia o su una pozzanghera, o rivolto verso rami, cielo, nuvole, è probabile che sia io.
Stamane sono uscita di casa un po’ prima perché avevo l’auto parcheggiata vicino a un albero che volevo fotografare…

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…e mi sono pure fermata prima di salire a casa di un paziente perché altri alberi avevano attirato la mia attenzione.

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E poi c’è la musica. Serate di concerti o di ascolto a casa di un amico, ascolto in auto, mentre cammino o fotografo. Immersa in immagini e in suoni. Il resto intorno si sfoca sullo sfondo.

Il senso di ingiustizia

Incontro persone atterrate dalla vita. E da lì, da giù per terra, cambia la prospettiva da cui guardi il mondo intorno a te. Cambia lo sguardo. Da giù cambia la scala dei valori, delle priorità, di ciò che è importante o no.
Cerchi vie di uscita, strategie di sopravvivenza; cerchi senso, risorse per affrontare quella che da giù sembra la scalata dell’Everest a piedi nudi.
Cammino per strada con in mente le storie ascoltate, la mia, quelle delle persone vicine. Penso a quanta umanità di valore lotta, a quanta umanità di scarso valore ottiene riconoscimenti. Talenti che faticano ad arrivare a fine mese, incapaci che gestiscono potere. Tutti i giorni in ospedale mi sento ripetere le stesse frasi: “ma perché proprio a me?”, “non è giusto!”.
Sulla strada che percorriamo prima o poi incontriamo tutti lo stesso scoglio: l’ingiustizia. La vita è profondamente ingiusta. Vorremmo appellarci a un senso superiore che possa sanare i torti subiti, ma non c’è. Accade ciò che accade, senza appello. Poi posso provare a fare qualcosa, ovviamente. Combatto, come posso. Ma che sia una malattia, un accidente di vario genere, una persona che ti fa del male, resta che con quell’accadimento ci devo fare i conti, per quanto ingiusto possa essere.
Il senso di ingiustizia ci può atterrare, ci può lasciare rabbiosi, ci può distruggere. È una dura lezione che dobbiamo prendere così com’è. Però poi ciò che ne facciamo, come riusciamo a reagire a quella dura lezione, fa la differenza.
Ascolto anche in me la voce che protesta e si lamenta, ma poi so che non posso andarle dietro. Quella voce tira giù. Metto energie per contrastarla, e come il Barone di Münchausen, mi tiro su per il codino.
Grazie all’amore e all’amicizia di chi mi sta vicino; grazie alla bellezza che riesco a cogliere; grazie alla musica che infonde energie, quieta l’animo agitato.
Finora, grazie a tutto questo, il mio sguardo ha sempre ritrovato il respiro del cielo.

Fotografare

Pablo mi ha chiesto se faccio un utilizzo specifico delle mie foto.
Gli ho risposto che no, mi piace farle. Poi ne stampo alcune e le metto sul frigorifero o in un vecchio espositore, cambiandole ogni tanto.

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La sua domanda, però, apre a qualche riflessione.
Ho sempre detto che fare fotografie mi rende felice. Guardare attraverso l’obiettivo mi dà gioia.
Inquadrare dà una forma diversa alla realtà che vedo. Isola una parte che acquista così una sua vita diversa e in qualche modo indipendente.
Mi vengono in mente dei versi di Rilke, che lui però riferisce alle parole:
“…per dirle le cose così, che a quel modo, esse stesse, nell’intimo / mai intendevano d’essere.” (Nona elegia duinese)
Per le immagini accade qualcosa di analogo. Lo sguardo le trasforma in un’esperienza. Dopo, non sono più le stesse.
E poi succede che guardare così cambia proprio lo sguardo, il modo di guardare ciò che sta intorno a me, anche senza macchina fotografica. Ed è emozionante, perché tutto ciò che vedo acquista nuova luce, nuove sfumature e, soprattutto, diventa bellissimo. Quando guardo così, le cose mostrano il loro volto più bello, anche le più semplici, le più scontate.
E poi accade anche altro.
Una volta fatta la foto, rivista qualche volta sul computer, quella foto rimane in me. E vive, anche se non la guardo più. Il mio mondo interiore si è arricchito di tralicci, panchine, cieli e nuvole, alberi in tutte le stagioni.
Gli scatti sono pezzi di vita, non perché fermano un momento, ma perché quel momento lo fanno vivere. E quella vita, quello sguardo di ieri, sono nel mio sguardo di oggi.

Inaspettatamente il suo sguardo si incrocia con un altro sguardo

“Uno si sente stanco, e scoraggiato, e capisce che sta per crollare. E inaspettatamente il suo sguardo si incrocia con un altro sguardo umano ed è come se avesse fatto la comunione. E si sente rinfrancato, come se gli avessero tolto un peso di dosso.”
Andreij Rublev, Tarkovskij

L’altra sera, riguardando il film, mi ha colpita questa frase.
Importanza vitale degli sguardi, della condivisione che non ci fa sentire soli.

“e udì estranea un estraneo che diceva:
Iosonoaccantoate.”
Rilke, Il rapimento, in Nuove poesie

Mi colpisce sempre la forza di uno sguardo di umana comprensione. È capace di dare speranza, di penetrare nell’animo e di riaccendere la fiammella vitale in esaurimento.
Semplice calore umano che aiuta a tirarti su, a riprendere il cammino con nuova energia.
L’ho sperimentato tante volte. Al di là delle parole, lo sguardo che ti dice “io sono accanto a te”. E questo è sufficiente. Non elimina il dolore né la fatica, non sposta di una virgola i problemi che devi affrontare, ma cambia lo stato d’animo con cui guardi tutto ciò. C’è una bella parola, ricca di sfumature, che lo esprime: rianimare.
Incrociare un altro sguardo umano rianima.
A volte, anche se non è proprio lo stesso, anche uno sguardo virtuale -dialoghi tra blogger- può produrre un effetto simile.
Io sono accanto a te significa due cose: non sono solo, e tu accogli la mia storia, ascoltandomi. Condivisione è comunione.
Credo però che ci sia una condizione affinché questo avvenga. La disponibilità a far entrare quello sguardo, lo spazio interiore che lo possa accogliere. Se si è troppo chiusi, troppo ripiegati su di sé, troppo feriti, può essere difficile.
Ognuno cura le sue ferite come può, con i rimedi che trova efficaci per sé.
Ognuno ha il suo percorso.
Il mio è fatto di sguardi.

Che senso ha?

“Che senso ha tutto questo dolore?”

L’uomo abbassa la testa e si accascia sulla sedia. “Ha saputo la brutta notizia?” “Sì, ho saputo…”  Brevi parole, pesanti come un macigno che schiaccia: ripresa di malattia.

Là fuori c’è il sole, il cielo è azzurro, i nuvoloni nordici corrono; ci sono i ragazzi dell’università -futuri medici, futuri infermieri- che ridono e scherzano, fumano, si atteggiano a grandi.

Pochi metri da noi a loro, un abisso di distanza emotiva. E in mezzo altri naufraghi su carrozzine, naufraghi che spingono deambulatori, familiari che ostentano coraggio, speranza, buon umore.

La riabilitazione neuromotoria è un luogo che fa riflettere sulla vita.

Incrocio sguardi persi, perché la coscienza che li guida è in parte svanita; sguardi smarriti, arrabbiati, combattivi, tristi; qualche volta allegri. Più dei corpi danneggiati, sono proprio gli sguardi che mi colpiscono, qui. Stringono il cuore. A volte passo senza guardare troppo.

“Che senso ha tutto questo dolore?” Ha il senso che riusciamo a metterci noi.

Rilke risuona sempre nei miei pensieri: “Noi, che sprechiamo i dolori…”

Cerco di non sprecarli, i miei e i loro. Ne faccio amore per la vita.

Ne faccio raccoglimento, preghiera laica.

Li porto con me nel traffico cittadino, sotto questi nuvoloni che nel frattempo si sono scuriti, nel supermercato affollato dell’ultima spesa per la cena.
Mi fanno sentire la vita.

Torno a casa quieta e concentrata.