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Rami spogli

L’inverno mette a nudo le forme e l’essenza. Forme crude, nette, dolenti, tese verso il futuro, inconsapevoli delle foglie che verranno.

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In inverno gli alberi mostrano una bellezza non immediata, all’apparenza respingente. Gettata lì sotto gli occhi di tutti eppur nascosta. Più che gettata, quasi ostentata, incurante del giudizio altrui. Mi ricordano quelle persone anziane, fiere, che mostrano i loro volti rugosi come sfide: rughe che si presentano senza mediazioni, biglietto da visita di una vita vissuta, e che fin lì è arrivata.

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Dunque rami fieri. Contorti dalla ricerca di luce e di spazio per espandersi. Rami solidi, rami incerti, rami esili… Tutti rivolti verso la vita: verso il cielo, verso la terra.

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Mi sento in sintonia con questi rami. Negli anni sono diventata anch’io più essenziale. Amo la sostanza, spiccia, diretta… Apprezzo le fronde, il fogliame lussureggiante che rende sopportabile il sole, dona frescura, gioia, sa di vita nel suo splendore. Ma è facile amare la bellezza così dispiegata. Più difficile amare le rughe, trovare la bellezza nei volti segnati delle persone normali. Gli alberi in inverno mi parlano di questo, mi invitano a guardare con attenzione, a non correr via con sguardo frettoloso, che rimbalza via, respinto dalla durezza.

Oltre la durezza si apre un mondo, che mi incanta. Appoggio la schiena ai tronchi e guardo in su, e trovo quei grovigli bellissimi.

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Citazione della sera…

Dall’epistolario Rilke-Lou Salomé.

“Dentro è come se tu fossi diventato un pezzetto di terra, dove tutto ciò che cade, sia pure il frammento più piccolo, la cosa peggio riuscita, sozzura o rifiuto, deve trasformarsi uniformemente in nutrimento per il seme che vi è piantato. E allora poco importa se da principio sembra un mucchio di spazzatura rovesciata sull’anima: tutto diventerà terra, diventerà te.”

 

Guardare il cielo

Ieri ho fatto la mia passeggiata seguendo il tramonto: svoltavo nelle vie che mi consentivano di vedere il cielo rosa-arancio mosso da nuvoloni… Milano non offre grandi aperture di orizzonte, bisogna accontentarsi, e io mi accontento.

Riflettevo su un pensiero di Simone Weil che avevo letto prima di uscire: “La gente che salta a piè pari verso il cielo, assorta tutta nello sforzo muscolare, non guarda più il cielo. E lo sguardo è la sola cosa efficace in questo lavoro. Poiché fa scendere Dio. E quando Dio è sceso fino a noi, ci solleva, ci dà le ali.”

Io non sono credente, e adatto questa frase alla mia ottica laica. Dio rappresenta la nostra dimensione spirituale, la capacità umana di trascendere i propri stretti confini egoriferiti. Per me Dio è la vita.

Guardare il cielo, concretamente e simbolicamente, apre alla vita e mi dà ali per non farmi intrappolare in un quotidiano troppo concreto ed angusto.

Lo sguardo è fondamentale per me: è il ponte tra la realtà concreta e la vita che mi attraversa e va oltre. Lo sguardo mi fa cogliere la pienezza delle cose, la vita nella sua incarnazione; mi fa stare nel qui e ora. Ma mi apre anche al senso di infinito.

Terra e cielo.

Quando cammino e guardo sto bene, mi sento al mio posto nel mondo. Insieme agli altri, qui e ora, sotto il cielo.