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Tornando a casa

Finita la giornata di lavoro, aspetto la navetta, prima tappa del rientro a casa. Giovani futuri medici si raccontano la loro giornata in reparto, già con la cattiva abitudine di citare organi o malattie e mai il paziente “sono andata in chirurgia vascolare a vedere l’arto amputato…” “…in oncologia quel colon…” Passano poi ai pettegolezzi ospedalieri, così metto le cuffie anche se non avrei voglia di ascoltare musica ma ho ancor meno voglia di sentire altre parole.

Passo poi al tram affollato e, sorda al vociare che mi circonda,  mi concentro sui volti: altri giovani studenti parlano animati e mi chiedo come sarà la loro vita tra dieci, quindici anni: che adulti saranno? Che lavoro avranno trovato? Avranno realizzato le loro aspettative professionali?  Saranno sani, vivi, avranno avuto esperienze difficili…? Una coppia anziana si siede di fronte a me, sembrano sereni, hanno volti distesi… Nello scendere vedo un’anziana  signora distinta, col cappello di pelliccia e le scarpe antiche con i fiocchetti: avanza curva sul bastone… Come sarà stata la sua vita? Che giovane donna sarà stata? Avrà realizzato qualche sogno?

Mi incammino verso casa. Penso al signore di cui ho parlato nel post “Compleanno”. Domani mattina tornerà in sala operatoria per cambiare la pompa. Come passerà la notte? E  la moglie, a casa, riuscirà a dormire? Oggi, al di là delle parole, ci siamo salutati con gli sguardi, con gli abbracci.

Mi fermo al supermercato, e mentre a casa ripongo la spesa penso ai chirurghi che domani lo opereranno: cosa staranno facendo, ora? E gli anestesisti, e tutto il personale di sala? Spero che abbiano tutti una buona serata, che dormano bene e domani arrivino riposati e pronti.

In questa piccola cucina, c’è tutto un mondo… I miei pensieri raggiungono quelle vite e le vite delle persone a cui voglio bene. Ora ci sono anche le vite dei miei amici blogger, vite di cui comincio a conoscere frammenti e che stanno diventando così familiari e intime.

In questa cucina ci stanno tutti. Tutti lontani eppure così vicini. Case con le luci accese in cui si prepara la cena, stanze d’ospedale in cui si cerca la quiete, in cui ci si fa coraggio o si gioca a carte col vicino di letto…

Siete tutti qui con me, mentre accendo il gas e ci metto su la pentola.

 

Sfumature di bellezza

Oggi camminavo per strada guardando le persone e, in particolare, la loro bellezza: non tanto quella evidente degli anni giovanili, ma quella profonda e unica raccontata dai segni del tempo.

Come diceva Anna Magnani al suo truccatore: “non togliermi le rughe, ci ho messo una vita a farle”. Ecco, quella bellezza lì mi piace. Fatta di imperfezioni, di vita sedimentata nelle pieghe dell’anima e del corpo. Bellezza che racconta la sua storia, di come è arrivata fin lì.

Ci sono bellezze che sanno di accettazione, di pacificazione con se stessi e con la vita; ci sono bellezze che sanno di lotta, di fatica; bellezze stanche; bellezze arrabbiate. Ci sono bellezze rassegnate che mettono un po’ di tristezza, bellezze sperdute…

Sono affascinata dai volti e da come le persone si muovono, come camminano: esprimono un po’ della loro vita, accennano a chi sono.

Incrocio  una giovane donna elegante, perfettamente truccata e senza un capello fuori posto. La vedo avanzare alla ricerca di un difficile equilibrio sui tacchi alti. Cammina rigida, tutta d’un pezzo; si tocca più volte i capelli per accertarsi che stiano al loro posto, è concentrata sull’apparire al meglio, anche se l’effetto che ne deriva è un po’ disarmonico.

Mi fa tenerezza, mi richiama altre fasi della vita. Io cammino veloce, ben salda sul mio tacco tre, e mi sento libera.

Libera nei miei 52 anni, libera di portare in giro le mie imperfezioni, quelle del corpo e quelle dell’anima. Libera di prendermene cura con l’amorevolezza e l’impegno di cui sono capace.

Non sempre mi sento così… ma oggi vado nel mondo con leggerezza e gravità, e sono quasi felice in mezzo a così tante sfumature di bellezza.

“Bellezza muore, e mezzanotte, ed estasi: / che i venti dell’alba, mentre lievi / spirano intorno al tuo capo sognante, / mostrino un giorno di accoglienza tale / che occhio e cuore pulsante ne gioiscano, / paghi di un mondo, il nostro, che è mortale; / meriggi di arsura ti ritrovino / nutrito dei poteri involontari, / notti di oltraggio ti lascino andare / sorvegliato da ogni umano amore.” (W.H. Auden, Ninnananna).