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Sguardo implorante

L’uomo ci guarda con occhi che sembrano chiedere pietà: sgranati, lucidi, quasi imploranti.
È seduto davanti a noi, ma il suo corpo esprime la tensione della fuga, di chi vorrebbe alzarsi e andarsene il più lontano possibile per non ascoltare le parole che gli arrivano.
Quello sguardo mi è rimasto addosso, e mi segue da un paio di giorni, immagine universale del chiedere pietà alla vita, del chiedere di essere risparmiati da un dolore che schiaccia e sembra sopraffarci.
A volte la vita è implacabile.
Quello sguardo non mi lascia perché racconta dell’essere disarmati, vulnerabili, spaventati. Condizione umana, molto umana.
Quello sguardo vorrebbe consolazione e rassicurazione, vorrebbe sentirsi dire che andrà tutto bene, ma così non sarà.
Il suo dolore e il suo disorientamento arrivano dritti a noi che siamo lì con lui, ambasciatori che portano pena.
Come ricorda Marie de Hennezel, una psicologa francese, non si esce mai indenni da certe incursioni nella sofferenza altrui. Ed è bene che sia così.
Si esce con un senso di rispetto per l’essere umano sofferente, e di profonda consapevolezza di vita. Si esce con i piedi ben piantati in terra e nel quotidiano che accoglie. Si esce sentendo sulla pelle che quel dolore riguarda anche noi.
Stasera, però, sono al riparo. Qui, ora, tra le mie cose, con mio marito due stanze più in là, sono al riparo. Il presente sorride: composto, complesso, grave e leggero. Tutto sta.

Il costo delle risorse

L. ha iniziato presto a fare i conti con la vita. Ha dovuto lottare, entrando e uscendo spesso dagli ospedali. È una donna forte.
Parla a raffica, e mi racconta i suoi progressi; il suo buon umore non lascia apparentemente spazio a tentennamenti né a paturnie, men che meno a lamentazioni o rivendicazioni.
L’ascolto e la guardo. In sottofondo, vedo la sua storia. Le battaglie che ha combattuto hanno forgiato un carattere resistente. Forse più resistente che resiliente, ma comunque onore al coraggio e alla forza d’animo. Ma quelle stesse risorse –come tutto nella vita, del resto- hanno avuto un costo, tutt’ora in pagamento.
Quella forza sembra imprigionare le parti umane troppo umane, quelle fragili, vulnerabili. Che sono poi quelle che ci rendono più morbidi, flessibili, e spesso anche più empatici.
L. sembra una roccia: forte, e respingente; solida, e impenetrabile.
Nell’estroversione e nel suo apparente buon umore suona qualche nota stonata, sopra le righe; suona il non potersi concedere alcuna debolezza, suona il leitmotiv “chi si ferma è perduto”.
Esco da quella stanza portandomi dietro un senso di peso, nonostante le parole dette tutte positive. È il non detto che pesa. Le emozioni a cui lei non ha dato voce. Spero per lei che nella sua vita abbia un tempo e uno spazio per quelle parole, per quelle emozioni.
E penso al costo delle risorse. Tendiamo spesso a pensare che le risorse siano solo cose buone, lati positivi. Non è così. Costano, e non solo in termini di fatiche o sacrifici: quelli sono più evidenti. Ci sono costi non così immediatamente percepibili, che però incidono fortemente sul bilancio, sull’equilibrio psicologico, e di cui è importante essere consapevoli. Perché la forza che mi tira fuori da un problema è la stessa che mi imprigiona in una situazione diversa. Ciò che abbiamo costruito ci dà una forma funzionale, ma che al tempo stesso ci limita. Siamo diventati magari forti martelli in grado di piantare chiodi nei muri più ostici, ma martelli assolutamente inadeguati quando serve avvitare viti. La corazza che mi ripara e mi salva la vita in battaglia, mi fa affogare in mare.
“L’attimo che rovina l’opera lenta di mesi
giunge: ora incrina segreto, ora divelge in un buffo.
Viene lo spacco; forse senza strepito.
Chi ha edificato sente la sua condanna.
È l’ora che si salva solo la barca in panna.”
(Montale, Ossi di seppia)
Anche le nostre debolezze ci possono salvare. È importante provare a coltivare la flessibilità psicologica, e poter utilizzare più strumenti, diversi, a seconda dei momenti e delle situazioni.
È importante allenare le nostre forze, quali esse siano. E poi allenare un po’ anche il lasciarle andare, accogliere il sentirsi spaesati, perché altre risorse possano emergere, perché altre risorse possiamo allenare.
Questa flessibilità, questa continua ricerca, è un percorso evolutivo necessario.
In fondo, è l’arte della vita, e la sua bellezza. Che non dà troppo per scontato e ci ingaggia in un viaggio attraverso terre sempre nuove, quelle del nostro mondo interiore.

Il nostro bisogno di consolazione

Torno a casa nell’aria fresca, sotto un cielo terso blu cobalto che si avvia verso il blu oltremare. Scendo dall’autobus un paio di fermate prima della mia per fare due passi e lasciar decantare la giornata. Mi prendo un po’ di tempo per godermi il cielo.
Cammino piano, e lascio entrare le sensazioni.
Un barista fuma la sua sigaretta appoggiato al muro con lo sguardo immerso nei fatti suoi, ragazze in minigonna si avviano allegre verso la loro serata, un uomo con la cravatta allentata e l’aria stanca cammina facendo dondolare la sua borsa e forse anche i pensieri.
Ci incrociamo per un attimo, passanti sconosciuti.
Cammino e respiro, e ad ogni passo un pezzetto di fatica rimane sul marciapiede alle mie spalle. Perché oggi è stata una giornata un po’ storta, arrivata così, senza un motivo preciso, senza una causa scatenante. Succede. Succede che un giorno ti senti triste, stanca e sconfortata.
Improvvisamente, da dietro le quinte del teatro dell’anima, sale alla ribalta una bambina sconsolata che tira su col naso e siede rannicchiata in mezzo al palcoscenico, la testa tra le ginocchia. Capita così, che esce lei cogliendo alla sprovvista tutti gli altri personaggi, che rimangono interdetti dietro le quinte, non sapendo bene che fare.
Ecco, quella bambina sta lì, occupando tutta la scena. Vuole solo essere consolata. Nient’altro. Sa bene che i problemi si affronteranno, non è per questo che è triste. Vuole solo avere il diritto di mollare, di sentirsi quel che è, vulnerabile, bisognosa.
Sta lì. Dietro le quinte gli altri personaggi sanno che la devono lasciar stare, che per un po’ la scena è solo sua. Finché dal pubblico qualcuno si muove e si avvicina, le chiede perché piangi, perché sei triste, cosa succede…
Ecco, basta questo. La bambina non vuole risposte o riflessioni. Per quelle ci sono altri più grandi di lei. Lei vuole sfogarsi, vuole qualcuno che la ascolti, vuole solo essere consolata. Mica con parole speciali, solo col calore dell’affetto.
Sono fortunata e ricca, perché quel calore mi arriva da più parti.
Quel calore fa alzare la bambina, che rasserenata se ne torna dietro le quinte, lasciando libero il palco per altri personaggi, che ora possono nuovamente uscire.
Abbiamo spesso paura delle nostre parti infantili, fragili, vulnerabili. In fondo siamo adulti, che diamine!
Certo, siamo adulti. Ma se non lasciamo un po’ di spazio a quelle parti, loro si mettono di traverso dietro le quinte, fanno lo sgambetto a chi deve entrare in scena, danno la spinta e gettano sulla ribalta chi non doveva entrare. Intralciano, scombinano.
Sono adulta, e per carattere e mestiere sono più abituata ad accogliere, ascoltare, cercare di consolare. Trovo in me la stessa resistenza che trovo in altri adulti, forti, abituati a tirarsi su le maniche, ad affrontare ciò che c’è; trovo in me le stesse parole d’ordine: resisti, tieni duro… Ma il fatto è che bisogna offrire un tributo a tutti gli dei e a tutti i demoni che ci abitano. Anche a quelli (dei? demoni?) della debolezza e della vulnerabilità.
Solo così ci lasciano liberi.
Torno a casa rasserenata.